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Se “le enormi correnti migratorie che attraversano lo scenario mondiale di oggi non costituiscono soltanto un fenomeno geopolitico, economico o antropologico ma anche un fenomeno mediatico in cui si gioca la battaglia per l’identità e la sovranità”, allora “il giornalismo avrebbe il ruolo fondamentale di offrire quell’informazione chiara, vera e più completa possibile che permetterebbe alla società di conoscere ed accogliere le nuove realtà senza demonizzarle”. Così Cristina Montoya, sociologa della comunicazione all’ Istituto Universitario Sophia , introduce il quinto incontro del progetto “Giornalisti e migrazioni”, promosso da Netone insieme al Gruppo Editoriale Città Nuova e al Movimento dei Focolari.

Svoltosi a Beirut, capitale del Libano, presso il Mariapolis Centre di Ain Aar, dal 24 al 27 novembre scorso, l’incontro è stato l’occasione per rinnovare la proposta di un nuovo modello di giornalismo, definito “dialogico”: un approccio all’informazione che individua nuovi obiettivi per il racconto mediatico e nuovi metodi, e che si propone come “antidoto” ad una informazione stereotipata, parziale, emozionale e distorta.

 

In fatto di migrazioni, infatti, “spesso l’informazione sembra, più che altro, protesa a scatenare un attacco di panico morale – spiega ancora Cristina Montoya - inteso come la rappresentazione di un pericolo per i valori e gli interessi della società”. Sempre più spesso la narrazione del fenomeno migratorio si nutre di emozioni e convinzioni che non di rado si sostituiscono ai fatti e condizionano la percezione del fenomeno e la lettura che se ne dà.

In questo scenario, i media e i singoli giornalisti in particolare sono chiamati dunque ad una grande responsabilità: essere strumento di comprensione del reale nella sua complessità, mediatori culturali e creatori di ponti fra persone di etnie, fedi e sensibilità diverse. A questo scopo essi dovranno cercare di conoscere la realtà dal di dentro assumendo un atteggiamento dialogico, ovvero entrando in “relazione” con le persone di cui narra (i migranti ad esempio) e con gli attori del contesto in cui la vicenda si svolge (fra cui persone del posto con le più varie qualifiche, uomini e donne di diverse età, ma anche politici, comunicatori, analisti culturali e operatori dei media), per guardare agli eventi da molteplici prospettive.

In questa prospettiva la metodologia per un “giornalismo dialogico” proposta da Netone per raccontare le migrazioni prevede la creazione di gruppi interdisciplinari i cui componenti condividono una base di valori e concepiscono il dialogo “come strada per la costruzione del sociale” e intendono ascoltare e cercare di capire la realtà “con gli occhi dell’interlocutore”. “Questa tecnica – continua la sociologa colombiana citando la fondatrice dei Focolari Chiara Lubich - è definita all’interno del gruppo come ‘farsi uno’; cioè cercare per quanto è possibile di entrare in modo rispettoso, sensibile, intuitivo e profondo nell’altro, lasciare che si esprima e, solo dopo che lo ha fatto, offrire la propria visione degli avvenimenti, senza cercare di persuadere”.

Un racconto che parte anzitutto dai luoghi dove il fenomeno delle migrazioni si fa più acuto. Come il Libano, scelto per il quinto incontro di Netone, dopo l’Ungheria, la Grecia, la Polonia e la Costa D’Avorio. Con la più alta percentuale di ospitalità di rifugiati al mondo (tra il 30 e il 40 % della popolazione, almeno 1,5 milioni di individui su 4 milioni totali), il Libano non è tra i Paesi firmatari della Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo e non garantisce a nessuno lo status di rifugiato: nel Paese dei cedri centinaia di migliaia di profughi – per oltre la metà minorenni – vivono nel limbo dell’illegalità. Raccontare le migrazioni in luoghi come questo rappresenta una vera e propria sfida.

Una sfida per la quale il giornalista dovrà sviluppare delle specifiche abilità. Ne ha parlato a Beirut Michele Zanzucchi, Direttore dell’edizione italiana della rivista Città Nuova, citando Italo Calvino: “l’influenza positiva sugli utenti dipende in gran parte dalla qualità del giornalismo e dalle qualità del giornalista”, che sono “leggerezza per non intristire, rapidità per non stancare, esattezza perché non è più possibile sfuggire al controllo della Rete, visibilità perché la bellezza è oggi criterio dirimente, molteplicità perché la monoliticità è obsoleta nel XXI secolo”. E ancora modestia nell’esercizio della professione, semplicità del linguaggio, povertà per non sprecare le parole, aderenza ai fatti, indipendenza dalle autorità, onestà anche a costo di “pagare” in prima persona.

Claudia Di Lorenzi

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