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home-img.pngI media siano strumento di verità, giustizia, inclusione sociale e fraternità universale, mediatori interculturali e veicolo e insieme “luogo” di dialogo. È la missione oggi dei mezzi di comunicazione di massa, per come è emersa dal "World Media Congress 2016 ", il forum mondiale di professionisti del giornalismo, che si è concluso a Tagaytay, nelle Filippine, il 12 ottobre scorso.

Centinaia gli operatori dei media, gli studenti e gli educatori, provenienti da diversi continenti, che si sono confrontanti sulle sfide che oggi interpellano i professionisti della comunicazione e sul senso più vero di un “mestiere” che l’avvento del digitale ha trasformato offrendo nuovi strumenti e modalità di interazione e racconto.

Fra i presenti anche Michele Zanzucchi, direttore dell’edizione italiana di Città Nuova, e Stefania Tanesini, del servizio informativo dei Focolari, entrambi membri della Commissione Internazionale di NetOne, la rete mondiale dei comunicatori per un Mondo Unito.

Al centro dei loro interventi la proposta di un “giornalismo dialogico”, che traduce un nuovo modo di intendere il ruolo e l’agire dei media: non un mezzo di distruzione e denigrazione dell’altro, o di affermazione personale, ma uno strumento per creare ponti fra gruppi religiosi, etnici e culturali diversi, o in seno alle piccole comunità, e contribuire alla costruzione della fraternità universale. È la proposta di “un modello di comunicazione che non è invadente ma attento alle esigenze della società; che non distrugge gli altri attraverso la competizione ma è guidato da un rapporto autentico con il pubblico; che non sfrutta la sofferenza delle persone, ma si ferma rispetto alla presenza di Dio in ogni persona”.

Un modello che trae ispirazione dai principi che secondo la mistica Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, devono fondare il lavoro dei comunicatori che operano per l’unità e la fraternità universale. Fra questi la disponibilità a “farsi uno” con il destinatario della comunicazione, che vuol dire conoscere il pubblico che stiamo affrontando, i suoi bisogni, i desideri, i problemi. Ma significa anche farsi conoscere, per spiegare il motivo per cui scriviamo questo e quello, in modo da creare una qualche reciprocità e condividere i messaggi. E poi l’attitudine a sottolineare il positivo, a mettere in luce ciò che è buono perché lo si ritiene più costruttivo, senza ovviamente negare la segnalazione di errori, limiti e difetti. Infine non perdere mai di vista che è la persona, non il mezzo di comunicazione, che è lo strumento per costruire l’unità.

Guardando in questa prospettiva al lavoro giornalistico, Michele Zanzucchi ha messo in evidenza il carattere dialogico dello stesso, che – seppur individuale – si attua in un contesto relazionale che accompagna tutto il percorso “di vita” della notizia, ovvero quello che va dalla selezione alla pubblicazione della stessa sulle diverse piattaforme mediatiche, passando per il confronto fra colleghi in redazione e per la collaborazione con i tecnici esperti del funzionamento dei nuovi media, sempre più utilizzati come prezioso strumento di condivisione.

Citando Chiara Lubich, che in molteplici occasioni ricordava che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”, il direttore di Città Nuova ha osservato che “il giornalista ha sempre una scelta: vivere la stessa attività come un momento faticoso o come un dono, come un’imposizione o come fonte di gioia nel lavoro, come un conflitto o come un dialogo”. Guardiamo al caso delle interviste: “fare domande può essere considerato un atto di ostilità, se il giornalista crede che il contrasto sia l’anima della nostra professione, che la vita sia una lotta incessante dove a prevalere è il più forte. Ma – continua Zanzucchi – una domanda può essere considerata un atto di conciliazione, perché in ogni caso l’intervista permette all’altra persona di esprimersi, di dare la propria versione delle cose o dei fatti, di trovare uno spazio ideale dove rendere disponibili per altre persone un insieme di idee, pensieri, azioni, ricordi. Le risposte ricevute sono atti che possono essere considerati un dono”.

574ee5934-610x380.jpgRispetto a temi caldi come quello delle migrazioni, dove le cronache disegnano spesso “scenari foschi tesi ad instillare paura per aumentare l’audience”, e dove si mescolano in “un mix pericoloso guerra, terrorismo e fanatismo islamico con corto circuiti continui”, il contributo del comunicatore può essere determinante: “il potere del giornalista è evidente, in maniera sempre più obiettiva: esso può infiammare il clima sociale o placarlo”. In questa prospettiva il giornalismo dialogico è un mezzo strategico per favorire “la pace, l’armonia sociale, la conciliazione nella vita personale e sociale del giornalista”.

Anche Stefania Tanesini ha evidenziato il legame esistente fra “l’attività giornalistica e la costruzione di una narrativa condivisa del fenomeno delle migrazioni”. È chiaro il ruolo dei media in questo scenario: “Dove la migrazione presenta segnali di crisi acute, il ruolo dell'informazione è cruciale sia per la comprensione del fenomeno da parte della società civile in diversi paesi europei (est e ovest), che per sostenere percorsi di fraternità e condivisione”. In altre parole, i media possono offrire un contributo importante per “guarire la ferita della separazione causata dalla gestione del fenomeno delle migrazioni di massa”, sia in seno alle singole comunità di cittadini che presso le istituzioni.

b_300_0_16777215_00_http___www.dazebaonews.it_media_k2_items_cache_c3687f2eaee29267efabafb51f89d2b8_M.jpgParte da questa consapevolezza – spiega Tanesini – la scelta di NetOne di avviare il progetto “Giornalisti e migrazioni”, articolato in una serie di incontri a livello internazionale fra operatori dei media, accademici, filosofi, esperti di dialogo interculturale e rappresentanti delle istituzioni, per guardare al fenomeno attraverso un approccio interdisciplinare e dialogico. “Dobbiamo ammettere con rammarico – osserva - che la maggior parte dei giornalisti europei non sono preparati per gestire quella complessità che va sotto il nome di fenomeno migratorio. Esso dovrebbe includere la conoscenza della cultura di origine dei migranti, le loro religioni, gli elementi della politica regionale e internazionale, ecc ... ed è nel tentativo di rispondere a questa chiamata urgente di "strumenti" per la formazione dei professionisti dei media che NetOne sta testando un progetto specifico che va sotto il nome di giornalismo dialogico”. 

Una formazione che rientra nella proposta più ampia di un nuovo modello di lavoro, che vede al centro le relazioni e il dialogo, e si caratterizza per: approccio interdisciplinare; incontri "in loco"; capacità di lettura delle situazioni e della vita dei popoli guardando alla storia attuale e passata di quei gruppi; approccio dialogico e ascolto aperto e libero da condizionamenti; priorità delle relazioni tra i partecipanti; condivisione di esperienze con una rete internazionale di comunicatori che fondano le loro professioni sui principi di fraternità. L’obiettivo dunque è chiaro: fare della comunicazione uno strumento di unità fra i popoli e connotare sempre più la figura del giornalista come quella di un mediatore sociale, un facilitatore dei rapporti, un costruttore di ponti per la fraternità universale.

Claudia Di Lorenzi

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