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di Maria Pia Lenato

Per quale alleanza vivere? In sango ‘SELEKA’ significa ‘ALLEANZA’ 

Elisabeth Blanche Olofio intervista Maria Pia Lenato

Nel dibattito che vede attuale  l’interrogativo ‘quali notizie comunicare’, mi sembra importante una posizione che metta al bando il pessimismo dilagante e favorisca la ricerca e la comunicazione di situazioni drammatiche, con germi di risvolti positivi che possano alimentare la fiducia e la speranza.

A fine dicembre, il messaggio di un amico africano, a conoscenza del mio viaggio a Bambari lo scorso anno, per il ‘Progetto scuola’ dell'Ass.Umanità Solidale Glocal di Turi (USG),  mi mette in allarme: “Hai notizie? In Repubblica Centrafricana....gravi massacri, devastazioni di interi territori..tante le vittime civili...".

Qui buio assoluto, complice il silenzio assordante delle reti italiane d’informazione, sordo alle tragiche vicende che pure appartengono al resto del genere umano. Non c’è da stupirsi : la notizia riguarda una 'nazione fantasma', come spesso viene definita la Repubblica Centrafricana.

 

Un sito internet di France-Presse mi soccorre «in Repubblica Centrafricana è in corso una vera e propria guerra, di cui nessuno vuol sentire parlare. Da un lato le forze governative fedeli al Presidente François Bozizé, dall’altra i ribelli di SELEKA». SELEKA significa ‘ALLEANZA’, alleanza di tre gruppi di ribelli in contrasto con il governo al quale addebitano violenze ed inadempienze.

Cerco subito un contatto, ma le linee di comunicazione con il territorio di Bambari sono interrotte. Alcune settimane prima avevo telefonato a madame E. Blanche Olofio, una giornalista, referente dell’Associazione USG a Bambari. Aveva accettato, con entusiasmo ed immediatezza, il compito di tenere i contatti con l'USG in Italia e seguire i lavori del progetto “Turi, per una scuola a Bambari”.
In quella telefonata era stata felice d’informarmi che si era aperta la terza classe del Lycée ed erano ormai 52 gli studenti frequentanti, più del doppio dell'anno precedente.

Alcuni di loro avevano risposto alle lettere inviate a giugno dai ragazzi della Scuola Media di Turi e lei aveva fatto le foto di tutti, perché li conoscessimo. La ristrutturazione di una quarta aula per il prossimo anno era in cantiere. Sua figlia, alunna della ‘nostra’ scuola, in sango, la sua lingua madre, frammisto a francese mi aveva detto: “bara-mo, bara-mo, singhila mingui, quand tu verras ici? ( ciao, ciao, grazie infinite, quando ritornerai?)". "Bara-mo mingui, Guen-djonj à bientot (un caro saluto...arrivederci a presto)" le avevo risposto commossa, utilizzando il mio piccolo bagaglio di sango. Perché un incontro, pur breve, lascia un segno profondo tra persone che cercano di volersi bene a fatti.

I promotori di questo rapporto tra  comunità così lontane e diverse sono stati due sacerdoti centrafricani, alcuni anni or sono. La diocesi di Conversano–Monopoli li aveva aiutati a studiare e specializzarsi a Roma. Prima di allora nessuno di noi provava interesse per una terra ‘sconosciuta’, nata dai ritagli dell’Africa Equatoriale Francese. Una Terra che, sia prima che dopo il raggiungimento dell’indipendenza, negli anni ‘60, ha vissuto e vive una condizione di brutalità.

Solo un piccolo flash del desolante scenario centrafricano in cui si inserisce l’ennesima attuale ribellione: un susseguirsi di regimi autoritari hanno prodotto uno Stato predatore e violento in cui l’unica possibilità per arrivare al potere e mantenerlo, è il ricorso continuo alla repressione, piuttosto che l’impegno a ridistribuire le immense risorse  a gente che muore per fame, malattie, ignoranza e rivolte.
La Repubblica Centrafricana incarna perfettamente il paradigma: ribellione – potere – ribellione. Chi arriva al potere genera nuove tensioni con clientelismi, corruzione, accordi con gli Stati vicini e il tutto porta alla nascita di nuovi movimenti ribelli, in una spirale infinita. In questa cornice di egoismi senza argine, l’ONU, nel novembre scorso, ha ritirato le sue forze , lasciando allo sbando gente inerme e sfinita.

Qualche giorno dopo la notizia degli scontri, un comunicato stampa di don Jean Ignace Manéngou, sacerdote cattolico presidente dell’Associazione delle Radio Comunitarie del Centrafrica (ARC), annuncia: «7 gennaio - Bambari -  E. Blanche Olofio , giornalista della Radio Comunitaria ‘Bé-Oko’ è stata assassinata durante l’occupazione della città per opera dei ribelli di SELEKA»,  Anche Reporters sans frontières riporta la notizia e denuncia le razzie fatte dai ribelli.

E’ Blanche, la nostra amica? La foto che correda l’articolo non lascia dubbi e con sgomento  mi riporta ai giorni in cui l’ho conosciuta a Bambari. Una celebrazione eucaristica, pregando per lei e per quella comunità che sentiamo nostra, è stato il primo atto di condivisione, ma pure si è fatta subito strada l’idea di conservare la sua memoria intitolando l’ Associazione al suo nome, “Blanche Olofio, testimone di un impegno generoso, fino a dare la vita, per non tacere la verità e non tradire il suo popolo.” 

Seguono settimane convulse, si teme che i ribelli raggiungano la capitale e scoppi una vera guerra civile. L’Onu e la Comunità Internazionale dimostrano ancora una volta la loro estrema incompetenza ed inefficienza.
La possibilità che altri Paesi confinanti (Ciad, Sudan, Congo, Gabon..) interessati alle lotte per il petrolio e l'uranio vengano coinvolti, costringe l’Unione Africana ad indire una conferenza di pace a Libreville, in Gabon, conclusasi con la nascita di un governo di salute nazionale, in cui sono presenti anche membri di SELEKA, perché ci si impegni innanzitutto a liberare le zone occupate, a vietare le incursioni contro i civili e a ristabilire l’ordine e la pace.
Una delegazione di ispettori delle tre associazioni di ribelli viene inviata nelle zone occupate, per verificare nei villaggi il rispetto di quanto stabilito e vietare altre violazioni ai Diritti dell’Uomo.

Come società civile sono presenti rappresentanti della Chiesa cattolica la cui missione è quella non solo di attori di riconciliazione, ma di valutare l’impatto dei danni causati da SELEKA nelle località dove gli abitanti sono stati presi in ostaggio da più di due mesi e dove lo sono ancora. Il vescovo di Bambari, mons. Mathos, ferito al capo, dà la sua testimonianza di mediatore di pace, rifiutando di lasciare la città per rimanere accanto alla sua gente che soffre e che è ancora sparsa nella boscaglia per timore di rappresaglie.

La risoluzione di pace a Libreville è certamente un grande passo avanti, ma lascia il dubbio dell'efficacia di una così facile ed immediata soluzione. Troppe violenze, inganni e ruberie del governo Bozizé, accusato di avere una ‘’Guantanamo’’ per i detenuti politici, non possono placare facilmente gli animi dei ribelli. Infatti dal  1° marzo le incursioni continuano, nonostante gli accordi.

Mi sembra che il realismo porti ad assumere posizioni non molto ottimiste. Mi accingo ad informare i lettori del mio giornale che da tempo sono stati coinvolti in questa avventura di condivisione per la scuola a Bambari e, con in cuore un’assurda speranza, apro una mail nella casella di posta elettronica. Un’emozione fortissima!  La voce di Blanche, quella vera, che ormai pensavo di conservare solo nel ricordo, mi giunge flebile e chiara: “...a voi tutti che mi avete pianto perché ero morta, io dico che sono viva..anch’io ho pianto con voi. Dopo il saccheggio della mia casa che è stata circondata perché sono una giornalista, sono svenuta per le percosse. Creduta morta, sono stata nascosta dai miei familiari nella boscaglia e curata con i sistemi tradizionali. Ora sono a Bangui, all’ospedale, per guarire e mandare a scuola le mie due figlie. A Bambari le scuole sono chiuse... quando starò meglio dirò altro”. Era una incredibile registrazione audio, fatta qualche giorno prima da don Ignace Manéngou, per smentire il precedente comunicato.

Reporters sans frontières, che aveva accompagnato Blanche in ospedale a Bangui con una macchina delle Nazioni Unite, in un articolo riferisce che i traumi subiti erano gravi. Era accusata di avere un linguaggio molto duro (nei confronti dei massacri di SELEKA contro la popolazione). Così un gruppo di una trentina di ribelli, per rappresaglia, aveva circondato la sua casa, fatto molti feriti tra i presenti e percosso sulla testa Blanche.
Quando alcuni parenti e organizzazioni non governative sono andati alla sua ricerca per seppellirne il corpo, hanno scoperto che era viva e l’hanno convinta a farsi curare nella capitale, rispettando il suo desiderio di silenzio per recuperare le forze e reinserirsi in una normalità di vita sociale e professionale.

Anche noi di Turi ora condividiamo la gioia di saperla viva con i familiari e la sua gente e, mettendo al bando ogni pessimismo, vogliamo impegnarci a recuperare maggiori energie, con un entusiasmo ancora più grande, per portare a compimento la scuola.

Perché chi ha tanto ingiustamente subito e sofferto, ha urgenza di sentire accanto persone che credono in una rinascita, in un’ ALLEANZA fra amici fraterni, affinché in questa terra martoriata, semi di speranza e di pace possano crescere e fiorire in opere di giustizia.

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