logo NetOne - media and a united world

NetOne

media and a united world

di Claudia Di Lorenzi

Un confronto aperto a posizioni diverse, alla ricerca di comprensione reciproca e di letture condivise sui temi di maggiore attualità internazionale, dalla politica, alle migrazioni alle logiche che muovono l’universo dei mass media in generale.  Questo è stato il Congresso Interdisciplinare Internazionale “Conflict, Dialogue and the Culture of Unity”, che si è tenuto a Lublino, in Polonia, il 3 e il 4 giugno scorsi. Promosso dall’Università Cattolica di Lublino “Giovanni Paolo II”, insieme con l’Istituto Universitario Sophia di Loppiano e il Centro per il dialogo con la cultura del Movimento dei Focolari, l’incontro ha visto la partecipazione di accademici ed esperti di comunicazione di diversi paesi, fra cui una delegazione di NetOne. Ne abbiamo parlato con Michele Zanzucchi, Direttore di Città Nuova e membro della Commissione centrale di NetOne, che ha preso parte all’evento:

Perché NetOne ha scelto di partecipare al convegno di Lublino?

“Ci sono varie ragioni. La prima è la commemorazione dei 20 anni della prima laurea honoris causa di Chiara Lubich, che è all’origine di NetOne stesso. Una seconda ragione riguarda il fatto che il convegno è stato radicalmente interdisciplinare e una delle linee direttrici di NetOne è quella di trovare un pensiero, un’azione che sia interdisciplinare e non rimanga confinata nel settore della comunicazione o dei media. C’è una terza ragione che è molto semplice ma importante: in questo momento c’è una forte tensione fra l’est e l’ovest dell’Europa, in particolare fra i quattro paesi del “gruppo di Visegrad”, Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria, i quali hanno una visione della vita in Europa e dei rapporti con il sud del mondo, in particolare riguardo al tema delle migrazioni e dei valori fondanti dell’Unione Europea, che è in gran parte opposta a quella che si respira nell’Occidente europeo. Per questo ci sembrava importante partecipare per capire bene i motivi delle scelte di campo che si stanno facendo in quei paesi, e capire come continuare a sognare  e realizzare un’Europa unita”.

Dall’incontro sono emerse risposte a questi interrogativi?

“È emerso che è una questione di metodo: non bisognerebbe opporre immediatamente le differenze ma capire l’altro, capire perché uno prende una posizione, perché c’è una visione della vita, dell’Europa e delle migrazioni assolutamente diversa da quella che c’è in altri paesi. Avendo capito questo, avendo una disponibilità all’ascolto, la storia si illumina e spiega perché si arriva ad assumere certe posizioni, ed eventualmente nel concerto dei popoli europei si può arrivare anche a modificare queste posizioni”.

Quale contributo di pensiero ha portato la rete internazionale di comunicatori promossa dai Focolari?

“Un primo contributo è uno dei leitmotiv del lavoro di NetOne: capire che la comunicazione interpersonale resta e resterà sempre il modello della comunicazione massmediatica. Un secondo contributo riguarda il fatto che le scienze della comunicazione non sono delle scienze a sé stanti, con uno statuto epistemologico indipendente da altre, ma sono una comunicazione che si nutre di altre discipline e si mette al servizio delle stesse. Non c’è mestiere e professione che oggi non debba usare e non usi i termini comunicativi più moderni e attuali: questo indica che bisogna considerare la comunicazione come un servizio a tutte le altre discipline e professioni, a tutti gli ambiti della vita”.

Che contributo può offrire al mondo dei media la Cultura dell’Unità, frutto del carisma di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari?

“Il pensiero di Chiara Lubich sui media credo si possa basare su quello che disse nel 2000 quando indicò quattro pilastri per la comunicazione ispirata al carisma dell’Unità. Primo pilastro: la comunicazione è essenziale alla vita dell’uomo, è ontologicamente importante, fa parte dell’essere dell’uomo, per cui l’uomo che non comunica non è uomo. Secondo: la comunicazione è al servizio dell’uomo e del pensiero dell’uomo, e non l’inverso, altrimenti diventa una dittatura tecnologica, ma in questo momento segnato dal trionfo della tecnologia è evidente come molto spesso ci si lasci prendere dalla tecnica. Terzo pilastro è che la comunicazione, soprattutto quella massmediatica, deve essere in qualche modo positiva: non deve essere considerata sempre e solo come uno strumento di lotta per la verità, ma uno strumento di armonizzazione sociale per il raggiungimento della verità. Quarto pilastro è che ciò che importa della comunicazione non è il mezzo ma deve essere l’uomo”.

Come Direttore della rivista italiana Città Nuova lei ha raccontato in particolare dell’esperienza di dialogo con i colleghi di redazione e con quelli che lavorano alle edizioni del giornale pubblicate negli altri Paesi. Quali aspetti ha evidenziato?

“In questi anni abbiamo visto che la quarantina di edizioni di Città Nuova nel mondo ha una ricchezza straordinaria nella varietà delle proposte, dei luoghi e delle lingue, e che coagula il sentire delle persone che si riuniscono intorno a queste edizioni, ma abbiamo visto anche che spesso ci si ritrova su posizioni diverse. Con l’edizione polacca e con quella ungherese, e quindi con le persone attorno al Movimento in questi paesi, si sono create delle situazioni di difficile comprensione legate non solo a noi ma alla situazione sociopolitica di quei paesi. A Lublino ho raccontato il processo di avvicinamento, come ci confrontiamo, come cerchiamo di arrivare a delle sintesi e di non demonizzare mai l’altro ma di capire”.

NetOne ha presentato anche il progetto Media Professionals for a United World, con particolare riferimento al racconto delle migrazioni reso dai mass media. Di cosa si tratta?

“Noi pensiamo che il giornalismo sia essenzialmente un lavoro di coesione sociale, di cucitura sociale, teso a gettare ponti e non ad erigere muri o a scavare fossati. In questa prospettiva il problema delle migrazioni ci sembra in questo momento particolarmente significativo, quindi abbiamo fatto degli incontri sul tema “Giornalisti e migrazioni” ad Atene, Lublino, Budapest, ad Amman in Costa d’Avorio, e a breve andremo anche a Beirut e nelle Filippine. Questi incontri, che sono anche occasione di esercizio della professione e confronto con altri esterni al campo del giornalismo, vogliono mettere in luce quanto i mass media, ed in particolare i giornalisti, possano essere utili nella comprensione e nella gestione stessa delle migrazioni, perché sappiamo bene quanto è grande il potere dei giornalisti nel modellare l’opinione pubblica”.

La proposta che più identifica NetOne è in sintesi quella di un giornalismo “dialogico”: ci aiuta a comprendere meglio cosa significa?

“Crediamo profondamente che, in base ai quattro principi di comunicazione che enunciavo precedentemente, il giornalismo non debba essere solo uno strumento di ricerca della verità, di cronaca e di racconto di quello che esiste asetticamente. Non si può essere asettici in questo campo, bisogna che il giornalismo - come hanno dimostrato i grandi giornalisti di questo secolo come Terzani, la Fallaci all’inizio, Kapuściński, - sia militante, perché svelare la verità o quella parcella di verità che noi possiamo raggiungere è partecipare alla costruzione della società. Questo è il giornalismo dialogico, un giornalismo che non crea opposizione ma che cerca di capire inclusivamente”.

Può fare un bilancio del Convegno di Lublino? Tra gli aspetti emersi ce n’è qualcuno che l’ha colpita particolarmente?

 

“Mi ha colpito il processo di questo incontro, in cui c’è stata la possibilità di esprimere liberamente le proprie opinioni, e questa è già un’espressione di ascolto reciproco e non di demonizzazione. Questo ha permesso da parte polacca forse di capire che ci sono degli eccessi, e alcune ingiustificate prese di posizione che non hanno radici storiche ma hanno delle ragioni storiche. Ovvero, non ci si deve opporre alle migrazioni in quanto tali, ma si deve capire che la ricerca di identità del popolo polacco in questo momento è una conseguenza della storia degli ultimi settanta anni, della storia dell’occupazione comunista e del socialismo reale in questi paesi. In altre parole, non posso dire che ci sono stati risultati concreti e se ci saranno conseguenze, ma certo c’è stata soprattutto comprensione reciproca in un momento in cui invece c’è una profonda spaccatura che divide anche i giornalisti”. 

Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire l’esplorazione sicura ed efficiente del sito. Chiudendo questo banner, o continuando la navigazione, accetti le nostre modalità per l’uso dei cookie. Nella pagina dell’informativa estesa sono indicate le modalità per negare l’installazione di qualunque cookie.