| Microblogging |
|
|
|
| Giovedì 25 Giugno 2009 18:21 | |||
|
di Maria Rosa Logozzo Rivoluzione Twitter
«Allora può succedere che – scrive Gaggi - vai, col computer o col telefonino, su Twitter (...) e sprofondi nei più noiosi diari di vita quotidiani che si possano immaginare: gente che racconta 'in diretta' (...) cosa sta comprando al supermercato, a che ora andrà a prendere i figli a scuola. Ho provato a cercare su Twitter la parola Iran, in questo momento arrivano una ventina di messaggi ogni 10 secondi: avvisi su come proteggersi da presunti tranelli della polizia, inviti a mettere una banda verde sul proprio avatar per indicare partecipazione e sostegno ai manifestanti, segnalazione di news su giornali e blog, offerte di traduzioni dal farsi, oltre a notizie in diretta. Lo stesso Biz Stone, ideatore di Twitter insieme con Evan Williams, in un'intervista di oggi su Repubblica, afferma di averlo iniziato come «un sistema divertente per essere iper-connessi con la famiglia, con gli amici o con persone care», ma oggi non è più solo questo, è «uno strumento che si connette alla vita vera di milioni di persone, e che in occasioni come quella delle proteste in Iran diventa uno strumento democratico, drammaticamente insostituibile.(...) non solo per far arrivare le informazioni fuori dal paese, ma soprattutto per farle circolare nel paese, per spingere le persone ad aiutarsi, per coordinarsi in tempo reale anche mentre sono in strada». L'ultima domanda che Ernesto Assante gli fa, è quella che verrebbe a chiunque: 140 caratteri non sono pochi per comunicare davvero? «La brevità è un limite, non c'è dubbio. Ma è pur vero - risponde Stone - che si può essere creativi anche con 140 caratteri, e che porre limiti costringe ad essere più creativi. (...) Twitter è un flash in tempo reale su qualcosa che accade a noi, un emergenza, una passione, un pensiero. Io non credo che Twitter possa esaurire la comunicazione, può essere utile per le notizie immediate, poi abbiamo sempre bisogno di chi ci racconta storie, più ricche e complesse che in 140 caratteri». Ieri Michele Zanzucchi ha scritto che quella dei blogger iraniani è «un'informazione frammentata, puntuale, che difetta di una visone globale degli avvenimenti, che pecca di esaustività». Non si può negarlo. Esprime generalmente il sentire delle fasce di popolazioni più giovani, di quelle use alla tecnologia; non dice nulla – ad esempio - a riguardo di chi vive nelle campagne. Ma non si può negare che la conoscenza di altre società e culture - che la tecnologia facilita - è di ostacolo per i sistemi dittatoriali e ideologici. Questi ultimi tipi di comunicazione sociale, mettendo a diretto contatto con la realtà senza mediazioni, sbattendo in faccia le cose come stanno, pare che riescano a smascherare certa informazione di regime. Tutto vero? Come distinguere vero da falso? Oggi è sempre più difficile. Ho scorso con interesse i commenti all'articolo del Corriere: - Un messaggino da 140 caratteri è poco più di un avviso. Ad un giornale 'decente' si richiede di analizzare le fonti, ampliarle, spiegarle, analizzarle, approfondirle. - La voglia di essere sempre i primi nel dare la notizia ha superato la qualità dell'informazione. Ormai la notizia non è più d'inchiesta ma è una corsa a chi vede e scrive la catastrofe del momento per primo. - La raccolta delle percezioni individuali attraverso twitter ha bisogno quantomeno di una elaborazione statistica. - L'informazione deve essere gratuita. - Nessuno può conoscere la verità dei fatti. - Il problema è l'ignoranza tecnologica di molti giornalisti. - I giornali, i telegiornali sono un copia e incolla di notizie di agenzie. I vecchi media sono diventati aggregatori di feed. Per raccontare le cose bisogna scendere in strada tra la gente. - Secondo me cercare di scimmiottare questi nuovi media farà solo peggiorare le condizione in cui si trova oggi la stampa. Sono tante piste aperte che, come tutte le cose di questo mondo, presentano aspetti in apparenza contrastanti, da sviscerare e valutare per cercare di venirne a capo.
|





A seguito delle vicende di Teheran, l'informazione giornalistica ha cominciato ad avvedersi di quale potenzialità si nasconda nei nuovi tipi di comunicazione a rete. 










Commenti
Il titolo (An army of unreliable narrators) significa appunto che i narratori possono essere sì, ciascuno preso da solo,inaffidabi li, ma nel complesso danno una grandiosa immagine di ciò che avviene ("Collectively however, the tweets and photos and commentary are much greater than their individual observations" - collettivamente i tweet e le foto e i commenti sono molto più grandi delle osservazioni individuali). Come giustamente dici, occorre leggere e scegliere, e qui entra in gioco il lavoro collaborativo.
Ti segnalo, su Friendfeed (che si può considerare una versione evoluta di Twitter) il gruppo Green Revolution (http://friendfeed.com/green-revolution) dove alcune persone ripubblicano, traducono, commentano notizie per la maggior parte provenienti da Twitter. Per me questo gruppo, cui un po' collaboro, è la prima fonte di informazione in questi giorni.
Oggi purtroppo i "tweet" sono diminuiti, e non solo per il filtraggio, ma perché forse le persone sono state fisicamente arrestate, o peggio.
Importante notare che al di là della brevità del messaggio, la prerogativa di Twitter è come il suo flusso di messaggi può essere "letto" in decine di modi diversi: non è un sito, o un blog. Si possono anche costruire strumenti nuovi per accedervi, il che rende la vita più difficile ai sistemi di blocco (http://www.buzzmachine.com/2009/06/17/the-api-revolution/)
RSS feed dei commenti di questo post.