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| Lunedì 04 Maggio 2009 09:50 | |||
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di Nedo Pozzi Media: dalla crisi una rinascita
Sono decenni che si parla di globalizzazione nel mondo occidentale, un fenomeno che, acceso e favorito in maniera crescente dai media, si diceva che stesse legandoci in un sistema socio-economico interdipendente. Qualcuno pensava che fosse una favola, uno di quei suggestivi concetti di moda, lontani dalla concretezza del reale. Invece è bastato un accenno di crisi finanziaria ed economica negli Stati Uniti per arrestare ed invertire un diagramma sempre più o meno in ascesa, per innestare una congiuntura che si va diffondendo in tutto il pianeta come una crepa in un terreno riarso. Dunque abbiamo iniziato a vivere una “crisi globale”, seppur in modo differenziato da paese a paese; un evento nuovo, in certo modo, che anche per colpa o per merito dei media, diviene immediatamente fenomeno planetario, esperienza innovativa e incontrollabile. Oltre un miliardo di persone sono utenti di Internet, oltre due miliardi sono abbonati al cellulare, due terzi degli abitanti del pianeta comunicano attraverso un portatile anche dove non arriva l’elettricità… Noi comunicatori, e intendo proprio tutti gli operatori dei media (giornalisti, televisivi, film-makers, pubblicitari, informatici, scrittori e via dicendo), siamo coinvolti da protagonisti nella vicenda. Fisiologicamente il termine crisi (molto appropriato) può avere il significato negativo di grave perturbamento o quello neutro-positivo di trasformazione e mutamento. Il primo aspetto che viene in luce, naturalmente, è il grande disagio sociale che provoca. Si possono fare brillanti discorsi culturali, ma poi i disoccupati sono fatti come noi… Ho un nipote che lavora al nord in una azienda multinazionale, da Natale con orario ridotto a due giorni alla settimana. La moglie impiegata in una ditta artigiana, da sei mesi non riceve lo stipendio. Hanno un bambino di due anni. Sono aiutati dai parenti, ma per quanto tempo reggerà questa rete di protezione famigliare? Non possiamo mai dimenticare questo “perturbamento” che poi si traduce in ridimensionamento sociale sulla pelle degli ultimi. C’è inoltre un altro aspetto di “grave perturbamento” che viene sempre più in luce in contingenze come quella che stiamo vivendo. Ed è l’uso (o l’abuso) che si fa della comunicazione mediatica. Lo sviluppo dei media, fino a divenire una necessaria componente della vita sociale, è legato all’affermarsi, in vari modi e forme, del sistema democratico. Ma esiste un popolo in cui il 51% dei votanti sia in grado di capire cosa oggettivamente è bene o male per la comunità, in prospettiva politica, economica e sociale, per l’oggi e per il domani? E’ possibile teoricamente. Ma nei fatti ciò accade rarissimamente. E accade proprio quando viene “guidata” la gestione della cosa pubblica. Troppo spesso invece il popolo appare come un bambino con in mano una pistola carica: una libertà che non sa usare. Ecco quindi la “necessità etica di costruire il consenso”, perché il popolo sappia quello che è opportuno che sappia, e sia informato adeguatamente. Questa è la “mission” dei media oggi: essere per le attuali cosidette democrazie una sorta di “ingegneria del consenso”. Media che hanno un potenziale straordinario, che possono mettere o meno al servizio del bene comune. Possono osannare e poi gettare nella polvere dittatori come Saddam Hussein, oppure possono favorire lobby di ogni genere, dalle armi alle banche, alle industrie farmaceutiche… Ognuno può portare gli esempi che vuole. La democrazia va custodita perché è di facile degrado. Ci sono per fortuna antidoti preziosi: le Chiese ad esempio, buone sorgenti per un pensiero alternativo, soprattutto nelle Americhe; certi sindacati in Europa, scuole di partecipazione politica; le associazioni umanitarie per i paesi svantaggiati, che formano alla solidarietà. Ma con i media attenzione! Vanno verificati ogni giorno ponendoli innanzi alla nostra coscienza critica, guardandoli in controluce attraverso i nostri ideali. Questo per quanto ci riguarda come cittadini e membri di una società civile. Ma passiamo al secondo significato del termine crisi, quello di trasformazione e mutamento del corpo sociale. Come comunicatori (e ripeto che il discorso vale per tutti noi: giornalisti, televisivi, cineasti, pubblicitari, informatici, scrittori, studenti e via dicendo), questo secondo significato del termine “crisi” ci spinge ad una ulteriore riflessione che ci coinvolge profondamente. Insieme cerchiamo di capire perché. Trasformazione e mutamento. Voci che leggono il presente spinti da quello spirito che faceva dire a Teilhard de Chardin: “Il meglio finisce sempre per accadere, e l’avvenire è migliore di qualunque passato.” “La crisi è una straordinaria opportunità e innesta una metamorfosi di cui abbiamo bisogno… Bisogna cambiare l’egemonia della quantità in favore della qualità e di beni immateriali come l’amore e la solidarietà…” Una straordinaria opportunità è forse nascosta anche nella mutazione dei media, che cessano sempre più di essere venditori di notizie (tanto si sa tutto e subito) per divenire venditori di idee, interpreti del reale. Questo è il nostro tempo. Speriamo che tutto ciò porti frutto, perché ogni società per sopravvivere non può soccombere all’anarchia, ma ha bisogno dell’ordine nella libertà, della potente spinta dell’amore che tutto ordina e tutto libera. Una comunità.
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(Intervento tenuto il 17 aprile 2009 nel corso del 









