La narrazione del fenomeno delle migrazioni sui media è cambiata in maniera significativa negli ultimi tre anni, tanto nel linguaggio, con la diminuzione del ricorso al termine di “clandestino” in favore di “migrante” e “rifugiato”, quanto nella scelta dei punti di vista, finalmente moltiplicati, e delle fonti, non più solo istituzionali. Prende spazio il racconto delle storie personali dei migranti, non di rado riportare dagli operatori umanitari che per primi li soccorrono e raccolgono i loro patimenti. La narrazione mediatica abbandona via via i toni allarmistici dell’invasione, ricorrenti nelle prime fasi “dell’emergenza”, per assumere un approccio solidale al dramma delle migliaia di morti in mare. Inoltre, il mero racconto dei fatti si nutre delle immagini dei soccorsi e delle testimonianze audio e video registrate dagli stessi migranti durante il viaggio.

Sul fronte politico, sempre più spesso il dito è puntato verso l’Europa, che lascia sola l’Italia nella gestione dell’enorme flusso di sbarchi, incoraggia il passaggio dall’operazione italiana di salvataggio Mare Nostrum al fallimentare Triton - gestito dall’Agenzia europea Frontex - e tradisce gli ideali comunitari di fratellanza e sussidiarietà.

È ciò che emerge da uno studio realizzato dall’Associazione Carta di Roma insieme con l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR) e con Open Migration, che muove da un dato eloquente: negli ultimi tre anni si contano oltre 11mila persone morte e disperse in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa. Un calcolo, effettuato dall’UNHCR, che inizia con la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, in cui persero la vita 368 persone.

Proprio Lampedusa è considerata lo spartiacque della narrazione. Da lì in avanti il racconto dell’ecatombe nel Mediterraneo assumerà toni e prospettive diverse, tesi alla “ri-umanizzazione” delle vittime che, tramite il racconto delle loro storie, non sono più numeri ma persone. Un racconto che cambia e porta immediate ricadute politiche: due settimane dopo parte l’operazione Mare Nostrum di ricognizione dei mari e salvataggio dei migranti organizzata dall’Italia, e si comincia a discutere dell’abolizione del reato di clandestinità. “Anche se è impossibile stabilire un esatto rapporto di causa-effetto, di fatto nel 2013 la visita del Papa a Lampedusa e il naufragio di ottobre cambiano la narrazione del fenomeno degli sbarchi” afferma Marco Bruno, ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università La Sapienza di Roma, secondo Carta di Roma.

Sta di fatto che i giornali italiani presentano il naufragio di Lampedusa come una “strage di migranti” (la Repubblica), “la più grande tragedia di sempre” (Il Sole 24ORE), “un mare di cadaveri” (Il Secolo XIX). L’evento apre i giornali del giorno dopo e viene approfondito nei giorni a seguire nei quotidiani e nei talk show, dove il dibattito tra attori istituzionali si alterna alle testimonianze dei sopravvissuti.

Con Lampedusa – dice lo studio - si apre la fase mediatica delle tragedie di massa, con l’enfasi sui grandi numeri messi a confronto con gli sforzi solitari dell’Italia nella gestione degli sbarchi: Un altro barcone naufraga. Morti oltre 200 (La Stampa, 24 agosto 2014); Il bilancio di sangue di Mare Nostrum. Mai così tanti morti in mare (Il Giornale, 25 agosto 2014); L’Onu: nel Mediterraneo 2000 morti (Avvenire, 27 agosto 2014); In cinque giorni 800 migranti annegati (Corriere della Sera, 16 settembre 2014); Speronati dagli scafisti muoiono 500 migranti (La Stampa, 16 settembre 2014).

Il racconto assume toni drammatici ed è frequente il ricorso a termini come “ecatombe, bollettino di guerra, drammatico censimento, trafficanti di morte”, e l’assimilazione del Mediterraneo a un “cimitero”. Inoltre i giornali attingono sempre più spesso alle testimonianze dei soccorritori e degli operatori delle ONG: il 16 settembre 2014, dopo il naufragio a largo di Malta con quasi 500 dispersi, i quotidiani riportano l’appello alla solidarietà di Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR, ed il racconto del viaggio nell’isola di Angelina Jolie, al fianco dell’Alto commissario Onu per i rifugiati, Antonio Guterres.

Nel 2014 il dibattito politico esplode intorno a Mare Nostrum: da un lato l’operazione viene accusata di favorire la tratta di migranti, dall’altro si sottolinea la solitudine dell’Italia nella gestione degli sbarchi per l’immobilismo dell’Europa. Titolano i giornali: L’Onu: strage di migranti, aiutate Roma (Corriere della Sera, 27 agosto 2014); La doppia solitudine dei migranti (la Repubblica, 26 agosto 2014). Per il Sole 24Ore, Frontex, l’“Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne”, pare “non abbia mezzi e voglia per sostituirsi in toto a Mare Nostrum”. Fra i quotidiani il più duro è il Manifesto che sottolinea la distanza fra le dichiarazioni di commiato a margine delle stragi e l’immobilismo delle istituzioni comunitarie.

Sotto le pressioni internazionali, il 1° novembre 2014 Triton, l’operazione di pattugliamento delle frontiere marittime gestita da Frontex, prende il posto di Mare Nostrum. Ma le stragi continuano: il 18 aprile 2015 nel naufragio di un peschereccio in acque libiche muoiono almeno 700 persone. I giornali sottolineano il fallimento dell’operazione: Un tratto di mare senza controlli e i ritardi, il disastro annunciato di Triton (la Repubblica, 20 aprile); Cimitero Mediterraneo (Corsera, 20 aprile). Ancora su Repubblica, il 21 aprile, l’allora direttore Ezio Mauro parla del Naufragio dell’Occidente, mentre Il Manifesto titola su I sommersi che nessuno vuole salvare (21 aprile) e lancia una Lettera aperta all’Unione Europea (23 aprile), per punire il traffico di migranti come un crimine di guerra, paragonato a uno sterminio.  

È ancora il Manifesto, il 3 settembre 2015, ad aprire con la foto del piccolo Alan Kurdi scattata da Nilufer Demir, col titolo “Niente asilo”. L’immagine del corpo senza vita del bimbo, rilasciato dal mare sulla spiaggia turca di Bodrum insieme ad altri undici cadaveri, per un viaggio fallito alla volta dell’isola greca di Kos, fa il giro del mondo. I giornali si dividono sulla scelta di pubblicare un’immagine così forte e da lì in avanti la narrazione cambia e diventa il racconto della strage dei bambini: La tragedia nella tragedia dei profughi (La Stampa); Mentre l’Europa chiacchiera muoiono altri 15 bambini (il Giornale, 15 settembre); Nuova strage degli innocenti, 13 morti (il Tempo, 21 settembre); Altri due bambini morti sulla spiaggia di Kos (La Stampa, 5 ottobre); La strage dei bimbi in fuga (Corriere della Sera, 10 dicembre); Un’altra strage di bimbi. Muoiono in 18 tra Turchia e Grecia (il Giornale, 29 gennaio 2016). Il 10 dicembre la fondazione Migrantes della CEI pubblica un rapporto secondo cui nel 2015 i bambini morti in mare sono oltre 700.

Alla fine di maggio 2016 fa il giro di internet la foto della piccola Favour, nove mesi, sbarcata a Lampedusa senza la mamma, in braccio al dottore che l’ha soccorsa. Il mondo si commuove. Negli stessi giorni in tre naufragi perdono la vita tra le 700 e le 900 persone. Drammatico il caso dei due barconi partiti da Sabratha, in Libia, l’uno a rimorchio dell’altro: quando il secondo inizia a imbarcare acqua, gli scafisti tagliano la fune che li lega, sacrificando almeno 400 persone.

In generale, nel 2015 l’attenzione mediatica al fenomeno migratorio è imponente, con una moltiplicazione delle notizie sulla carta stampata (1452 titoli in prima pagina nei primi dieci mesi, in crescita rispetto all’anno precedente) e nelle edizioni prime time dei tg (più di 3400 notizie: un record).  In entrambi i casi, più della metà (55%) delle news riguarda il tema dell’accoglienza; circa un quinto di articoli e servizi coprono i flussi migratori. La nuova cifra del racconto delle stragi è essere questa: la crudeltà degli scafisti, le difficoltà estreme del viaggio e le torture subite, la scelta di dare voce ai migranti e agli operatori umanitari.  

 

Claudia Di Lorenzi

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