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Panel 1 - Le domande della società globale

c04-txt_araujoVera Araujo
sociologa, Brasile



Uno sconosciuto si aggira per le nostre città, penetra nelle nostre istituzioni, sconvolge la nostra vita quotidiana: si chiama "società globale". Gli studiosi di ogni disciplina sociale si accalcano attorno al personaggio cercando di cogliere i suoi connotati, il suo piano di azione, i suoi progetti e i suoi obiettivi. Il cittadino comune ne sa molto poco ma ne parla con riverenza, data la sua popolarità e il suo crescente successo.
La verità è che ci troviamo davanti a qualcosa di veramente nuovo nel senso pieno della parola. Analizzare e interpretare la società globale è un'operazione ardua ma improcrastinabile perché la posta in gioco è molto alta. Si tratta di una nuova condizione umana 1 , si tratta dell'avvenire stesso dell'umanità, della sopravvivenza della realtà "uomo" sul nostro pianeta.
La domanda di fondo che dobbiamo porci è questa: "La società globale così come va caratterizzandosi, promuove e incrementa il processo di crescita dei singoli uomini e delle loro comunità, o no?"
Da evidenziare che qui intendo "crescita", non tanto o solo come crescita economica, ma anzitutto come crescita di dimensione e spessore umano, di valori culturali e spirituali.

La risposta a questa domanda è estremamente difficile perché richiederebbe l'approfondimento di almeno due fattori:

primo: dei cambiamenti sociali, politici, culturali, economici, religiosi che delineano i tratti della società globale;

secondo: dei lineamenti e dei valori che costituiscono l'essenza degli esseri umani, oggi.

La sociologia sta cercando di fissare lo sguardo sui processi sociali in corso e questo sguardo, da una parte, esprime preoccupazione, perplessità, delusione e addirittura timore; dall'altra, cerca indizi che possano generare serenità, fiducia, speranza.

Si rende necessario non solo cogliere i macro-processi dei contesti economici, politici e culturali, ma anche i mutamenti che investono il nostro vissuto quotidiano, le forme concrete della nostra socialità. E tutto ciò va fatto mentre questi fattori sono in piena evoluzione, anzi, in evoluzione accelerata.

Il cambiamento strutturale, profondo e dunque epocale che stiamo vivendo, si palesa come varco del passaggio dalla società moderna alla società globale.

Il grande sociologo polacco Zygmunt Bauman , uno dei massimi investigatori e interpreti del nostro tempo, usa, nella sua acuta analisi 2 , la chiave di lettura "solido-liquido".

Per lui la modernità era "solida", cioè una società ordinata secondo delle istituzioni certe e giuridicamente fondata che distribuiva certezza e sicurezza. Ognuno si conosceva attraverso il proprio ruolo sociale. Il pregio maggiore di questa società "solida", secondo Bauman, è stato il benessere, l'accesso ad una vita con bisogni primari pienamente soddisfatti, nei paesi sviluppati, ovviamente.

Stando alla sua analisi, questa società è definitivamente tramontata. La nuova situazione viene da lui rappresentata come "modernità liquida". Liquida perché frammentata e non più ordinata e sicura.

Incertezza e insicurezza ne sono i connotati più vistosi. Il "terrorismo" ha fatto saltare tutto l'apparato messo in piedi dai governi nazionali per garantire la sicurezza. Paura, impotenza, smarrimento e ansia sono diventati fattori psichici dominanti.

Dietro la proclamata flessibilità a tutto tondo, si nascondono disegni subdoli per consegnare le persone alle dinamiche del potere dominante. Le certezze svaniscono.

Un'altra peculiarità concerne l'invasione della nostra intimità, della nostra interiorità. La società globale ci penetra, ci assale. Come salvaguardare la nostra identità?

Se non è facile analizzare i grandi mutamenti in corso, di conseguenza riesce problematico capire quali sono le domande della società globale. Non vorrei sembrare irriverente, ma mi domando se la società globale pone delle domande. Porre domande è un atto di intensa e positiva razionalità e richiede un quadro di riferimento valutativo compreso da tutti, anche se non necessariamente da tutti condiviso. Il nostro tempo è confuso, nebuloso, enigmatico. Più che domande esprime richieste e implorazioni lampo, a volte criptate, a volte in forma di quiz. Non è la mia una constatazione di deplorazione nei confronti degli attori del presente; è un riconoscimento della ampiezza dei problemi emergenti, della difficoltà della loro comprensione, di quanto sia arduo elaborare risposte.

Come coniugare sicurezza personale e collettiva con l'esercizio delle libertà fondamentali raggiunte e ancora da raggiungere?

Come far convivere identità personale e collettiva fondata sui concetti di nazione, patria, etnia con la società multiculturale, multirazziale, multietnica che si va delineando con la più grande trasmigrazione di popoli che la storia abbia conosciuto?

Come sanare il divario fra crescita di beni materiali in misura mai sperimentata prima sul nostro pianeta e l'espansione della povertà, della miseria, della fame?

Come esprimere la democrazia, statuto della libertà, dei diritti e della partecipazione a livello nazionale, in istituzioni planetarie, dotate di autorità vera e di capacità legiferante?

Come affrontare la questione di diritti umani e della democrazia con le diverse antropologie culturali e religiose?

Come salvaguardare la privacy, la capacità di "rendersi conto", di "riflettere" nell'epoca della comunicazione globale?

Potrei continuare elencando concetti dialogici e situazioni antinomiche, non tanto per appesantire o oscurare il quadro, ma per sottolineare l'importanza e l'impegno che ci viene richiesto per trovare il bandolo della matassa della nostra esistenza.

Si rende inderogabile calarsi nel cuore della crisi, individuarne gli aspetti positivi, rilevarne le potenzialità e inserirvi contenuti, forse anche antichi, ma rinnovati e ringiovaniti. Possiamo e dobbiamo riattivare certi circuiti che si presentano adatti al rilancio di quelle categorie culturali e spirituali che in passato hanno fatto conoscere all'umanità un salto di qualità.

Non intendo in questa sede farne una elaborazione qualificata, ma solo indicare dei titoli per stimolare e provocare la vostra reazione, la vostra riflessione.

Primo titolo : una cultura del dono 3 , del dare 4 , della elargizione e della gratuità .

Il dono ritorna di attualità nelle scienze sociali come argomento centrale e addirittura come nuovo paradigma attraverso gli studi e le riflessioni degli studiosi del MAUSS (Movimento Antiutilitarista delle Scienze Sociali). Il diffondersi del volontariato, la fioritura di nuove forme di economia sociale: commercio equo, finanza etica, consumo critico, microcredito, economia di comunione, sono segnali, ancora non sociologicamente rilevanti, ma sufficienti per mostrare una rinascente presa di coscienza che il dare - in alternativa all'avere - è una qualità umana naturale, senza la quale non si può vivere, senza la quale l'essere umano piomba in una solitudine paragonabile alla morte.

Il vero dare, infatti, non è contaminato dalla voglia di potere sull'altro, né cerca il dominio sui singoli e sui popoli. Nemmeno cerca compiacimento e soddisfazione nell'atto stesso di dare. E, ancor meno, è interessato e utilitaristico in cerca del proprio profitto e tornaconto.

Il vero dare rivela e forgia una mentalità nuova, un nuovo modo di essere e di rapportarsi. Questa mentalità vissuta nel quotidiano, calata nelle istituzioni e nelle strutture della società globale, va verso la creazione di una vera e propria cultura, la cultura del dare 5 .

Questa cultura può cambiare gli atteggiamenti ed è l'unica capace di superare le disuguaglianze materiali, perché è in grado di aprire i cuori e i portafogli a tutti i livelli - personali, strutturali e istituzionali - per avviare la circolazione e la condivisione della ricchezza prodotta.

Secondo titolo : una cultura del dialogo.

Il dialogo si impone oggi come la forma di rapporti possibili, il modo di stare insieme tra diversi. Di fronte al paventato scontro di civiltà a causa del terrorismo, prende sempre più vigore una forte spinta al dialogo tra le religioni a livello nazionale e internazionale

Naturalmente il dialogo esige stili e punti di vista adeguati allo scopo da conseguire.

Il dialogo esige un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di benevolenza da parte di chi lo instaura e chiede una serie di virtù umane e spirituali quali: l'accoglienza, l'ascolto, l'attenzione, la chiarezza, la veridicità, la mitezza, la prudenza, la fiducia che possono essere sintetizzate in una sola parola: l'amore. L'amore nella sua densità massima, come capacità di darsi e di ricevere, di creare reciprocità e scambio, migrando dall'io all'altro 6 . L'amore come vera arte di convivenza. In definitiva, come contenuto e metodo del dialogo.

Terzo titolo : una cultura della fraternità.

La riscoperta della fraternità come anello di congiungimento degli altri due principi ispiratori della modernità espressi dalla triade della rivoluzione francese - libertà e uguaglianza - si impone e penetra sempre più tra le coscienze. Tra le varie voci, recentemente il sociologo Edgard Morin affermava che l'"ipercomplessità" della società "richiede una nuova forma di fraternità" che esige la messa in moto di "una fraternizzazione attiva, rinascente, aperta", che possa impedire processi "di dominazione/sfruttamento/asservimento" E parlava della necessità di "una fonte di amore" che individuava in prima istanza nel bisogno di una madre. E citava Hermann Hesse: "Senza una madre, non si può amare".

Nella società globale la libertà e l'uguaglianza possono ancora rifulgere, infatti, solo se sostenute e impregnate di fraternità 7 .

Fraternità non come semplice espressione di buoni sentimenti, ma come categoria politica, sociale, economica, giuridica e culturale, fra persone, gruppi, comunità, etnie, popoli, civiltà, religioni.

La fraternità - non la guerra - come antidoto e rimedio al terrorismo e come elemento costruttivo della pace, come insegnava Paolo VI: «Chi aiuta a scoprire in ogni uomo, al di là dei caratteri somatici, etnici, razziali, l'esistenza di un essere uguale al proprio, trasforma la terra da un epicentro di divisioni, di antagonismi, di insidie e di vendetta in un campo di lavoro organico di civile collaborazione. Perché dove la fratellanza fra gli uomini è in radice misconosciuta, è in radice rovinata la pace. E la pace è invece lo specchio dell'umanità vera, autentica, moderna, vittoriosa d'ogni anacronistico autolesionismo. E' la pace la grande idea celebrativa dell'amore fra gli uomini, che si scoprono fratelli e si decidono a vivere tali» 8 .

 

Quarto titolo: una cultura della comunicazione.


Nell'era della comunicazione globale è urgente una cultura della comunicazione . Cultura della comunicazione sta a significare riaffermazione del ruolo, dello spazio e della collocazione della persona - essere relazionale - nel cuore della comunicazione. La comunicazione a servizio della relazionalità umana che pone i suoi strumenti a disposizione delle persone perché esse si possano incontrare e costruire un rapporto.

La comunicazione, come dimensione della interiorità e della profondità dell'essere per costruire reciprocità, come capacità di scambio.

La comunicazione come veicolo di cultura, mezzo per ricreare quel quadro di riferimento valoriale che solo può riconsegnarci l'unità, il comporsi della diversità in un disegno ricco di senso.

E' un augurio, ma anche un invito al lavoro e all'impegno.

Cf BAUMAN Z ., Una nuova condizione umana , Vita e Pensiero, Milano 2003 .
2 Cf BAUMAN Z., M odernità liquida , Laterza, Bari 2002.
3 Cf: Alain Caillé, Il terzo paradigma , Jacques T. Godbout, Il linguaggio del dono , L'esperienza del dono, Lo spirito del dono ; Serge Latouche, L'altra Africa. 4 Cf ARAUJO V ., La cultura del dare , in "Nuova Umanità", 125 (1999).5 In un discorso pronunciato il 23 ottobre 1995 ai partecipanti alla Conferenza Generale della FAO, Giovanni Paolo II diceva: «Nel discorso che ho rivolto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso 5 ottobre ho sottolineato la necessità di creare rapporti fra i popoli sulla base di un costante "scambio di doni", un'autentica "cultura del dare" che dovrebbe rendere ogni Paese preparato a soddisfare le necessità di coloro che sono meno fortunati.» In "La Traccia", 10 (1995), p.1335.
6 «Il dialogo veramente umano si differenzia da un semplice scambio di posizioni per il fatto che il piacere per l'altro e per quello che dice si diffonde permeando ogni cosa.» ( ARENDT H ., cit. in La sociologia di fronte ad una nuova condizione umana , [intervista a Z. Bauman, a cura di M. Magati] in "Studi di Sociologia", 4 [2002], p.378).
7 «Occorre rimettersi in moto per ritrovare l'equilibrio interno al trinomio, che è condizione necessaria per il processo di mondializzazione. Ciò equivale a dire che l'autentica lettura a misura d'uomo della libertà e dell'uguaglianza, dell'iniziativa e della giustizia è basata sul riconoscimento della reciprocità profonda, radicata nell'interiorità ed espressa nella progettualità politica. Ora la reciprocità nella pienezza è la fraternità». ( PALUMBIERI S ., Homo planetarius, in Quale globalizzazione ? LAS, Roma 2000, p.245).
8 PAOLO VI , Ogni uomo è mio fratello , "Messaggio per la giornata mondiale della pace", 1971.

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