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Il valore economico delle relazione umane      

c04-txt_bruniLuigino Bruni
Università di Milano-Bicocca

 

A chi osserva oggi il mondo della ICT dalla prospettiva delle relazioni umane, si può accorgere immediatamente che stiamo assistendo ad un cambiamento che potremmo definire epocale. Infatti la prima generazione di ICT si concepiva primariamente come un supporto alle relazioni umane: informatica e tecnologia rendevano più agili e scorrevoli le relazioni umane. Negli ultimi anni, invece, la ICT offre forme di rapporti interpersonali, si concepisce come produttrice e venditrice di "beni relazionali". La relazione umana non è solo servita e supportata ma imitata e surrogata da nuove forme di relazioni.

In questi minuti vorrei mostrare, da una parte, come un processo simile stia avvenendo anche in economia, e, dall'altra, individuare alcuni rischi e paradossi che si nascondono sotto questo cambiamento di paradigma.

1. Quali sono i beni economici?

Che le relazioni umane avessero un valore nessuno lo ha messo mai in dubbio seriamente. Che fossero però qualcosa di cui dovesse occuparsi anche l'economia, era negato dalla stragrande maggioranza degli economisti fino a tempi molto recenti. Si sapeva che esistevano i rapporti umani, e che lo sviluppo economico potesse interferire con essi (sia positivamente che negativamente), ma l'oggetto diretto dell'economia restava altro, in particolare la ricchezza, i beni economici. Ultimamente qualcosa sta cambiando nel modo di concepire i rapporti umani. In particolare, voglio far notare che nell'ambito delle relazioni umane sta avvenendo qualcosa di simile a quanto verificatosi nei confronti dell'ambiente naturale. Fino a 30-40 anni anche noi economisti sapevamo che esisteva l'ambiente, ma assistevamo al suo inquinamento, o lo usavamo per produrre: nessun economista aveva pensato di farne oggetto diretto di studi in quanto economista. Ad un certo punto, e grazie anche ad una maturazione della società civile, è nata l'economia dell'ambiente, che ha iniziato a fare dell'ambiente l'oggetto diretto delle proprie riflessioni. L'ambiente è passato da "contesto" più o meno influenzato indirettamente dalle scelte e dalle variabili economiche, a "soggetto" diretto della riflessione economica. Quali sono stati gli effetti di questo cambiamento? Molti. Ne cito solo due, uno teorico e uno politico. Sul piano teorico l'economia ha iniziato ad includere tra i beni di cui si occupava da sempre anche i "beni ambientali", a considerare l'ambiente cioè anche come un bene economico: questo ha sviluppato la categoria di "bene pubblico", oggi centrale negli studi economici. Sul piano politico, iniziare ad inserire i costi ambientali, ha fatto sì che molti grandi imprese considerate fino ad allora efficienti iniziarono ad essere viste come molto inefficienti, e poi poco a poco le abbiamo viste ridursi, fino a trasformare il panorama industriale e quindi sociale dei paesi industrializzati: sono quasi scomparse le ciminiere, e, allo stesso tempo, il turismo (e quindi in buona parte l'ambiente) è diventato la principale industria dell'Occidente.

2. I beni relazionali

Venendo alle relazioni umane, oggi potrebbe accadere - e in parte sta già accadendo - un processo analogo. Un fattore scatenante l'interesse degli economisti per le relazioni umane è stato il cosiddetto "paradosso della felicità", vale a dire i dati provenienti dagli USA e dall'Europa che negli ultimi 40 anni mostrano un reddito pro-capito aumentato di 3 volte mentre l'autostima della felicità è diminuita. Lo sviluppo economico sembra, quindi, non solo non aumentare il benessere o la felicità, ma addirittura diminuirla: allora, sorge la domanda, a che giova la crescita economica, di cosa è indicatore il PIL?
E poi, da che cosa dipende questo "paradosso"? Le principali spiegazioni fanno leva sui cosiddetti "beni relazionali", cioè quei beni fatti di relazioni , come l'amicizia, la vita famigliare, l'impegno civile, ecc. La crescita dei beni economici standard, in particolare dei "beni posizionali" (quei beni che si acquistano per la posizione che ci assicurano nella gerarchia sociali, e che sono beni per loro natura basati sul conflitto e sulla competizione sociali) riduce, spiazza ( crowds-out ), lo sviluppo dei beni relazionali. E' una applicazione moderna della antica legge di Gresham: "la moneta cattiva scaccia la buona". Molti studi mettono in luce proprio questo meccanismo perverso: la cultura che respiriamo ci promette una felicità legata ai beni posizionali (pensiamo alla pubblicità!), lavoriamo di più per poterli acquistare, indirettamente sottraiamo tempo e attenzione nelle aree relazionali della vita, e ci ritroviamo meno felici: è come se la nostra crescita economica inquinasse l'ambiente relazionale della nostra vita. Perché non ce ne accorgiamo e non smettiamo di consumare? In parte per un problema cognitivo: è difficile percepire che ci stiamo ingannando e precipitando in trappole di infelicità (soprattutto se non si vive rapporti interpersonali profondi), e in parte perché il consumo di beni posizionali crea dipendenza, "addiction". Poi, non va dimenticato che non solo la società dei consumi crea infelici, ma ha bisogno che la gente sia infelice e insoddisfatta per potersi alimentare e non ridurre il livello dei consumi, anzi aumentarlo del 3­5 % l'anno.

3. I costi di attivazione

Un'altra spiegazione fa leva sul concetto di "costo di attivazione". Un bene economico ha bisogno di un certo investimento per poter essere consumato e trarne utilità. Una delle tendenze del mercato è ridurre i costi di attivazione (basta pensare agli elettrodomestici, o anche allo sviluppo di software, ecc.). Nei beni culturali e i beni relazionali in modo speciale l'arrivo del mercato ha effetti normalmente negativi. Facciamo un esempio relativo al campo musicale. I costi di attivazione della musica classica sono maggiori delle canzonette. In un mondo senza mercati si ha un equilibrio polarizzato: chi - per educazione, ad esempio - riesce a sostenere i costi di attivazione accede alla musica classica, chi non lo fa ne resta fuori e si accontenta delle canzonette. Cosa accade con l'arrivo del mercato? Vengono offerti gradi intermedi, beni di mercato che si collocano tra la musica classica e la canzonette, a costi di attivazione decrescenti: Rondò veneziano, Andrea Boccelli, ecc. Dov'è il problema? Se la gente fosse informata perfettamente i problemi non ci sarebbero, ma avremmo solo vantaggi: abbiamo più beni tra cui scegliere. Se invece l'informazione è imperfetta e asimmetrica - come accade in realtà - la competizione di mercato porta ad un deterioramento della qualità, ad una gara al ribasso. Inoltre, in una tale situazione chi ha un prodotto di alta qualità fa fatica a venderlo, perché viene visto come un bene che offre lo stesso servizio ad un costo maggiore.

Analogo discorso avviene con i beni relazionali: anche qui, l'invenzione di internet, ha consentito l'invenzione di beni "concorrenti" ai beni relazionali: l'amico virtuale, la chat, la communities, sono dei "beni" che assomigliano all'amico vero e alla chiacchierata, ma hanno costi di attivazione (e di uscita) molto più bassi, quindi sono consumati più dei beni relazionali veri, perché vengono percepiti come beni sostituti. Anche qui: dov'è il problema? Senza internet un giovane di Frascati non sarebbe mai entrato in contatto con un giovane cinese; ma il problema è l'effetto cumulativo quando si supera un punto critico: poiché il costo di attivazione di un rapporto vero cresce con il disuso, nel tempo potremmo trovarci in un mondo fatto solo di amici e community virtuali. E' dunque importante "tenere separati" i due tipi di beni: come nelle donazioni di sangue negli USA, dove i donatori gratuiti e quelli a pagamento vengono tenuti distinti per evitare l'effetto "spiazzamento" degli incentivi monetari sulle motivazioni intrinseche. Occorre attribuire valore ai beni relazionali, considerarli beni distinti dai beni relazionali tecnologici, per servire la socialità.

4. "Per crescere un bambino ci vuole l'intero villaggio"

Cosa potrebbe accadere se venisse riconosciuto un valore economico alle relazioni umane, se i beni relazionali entrassero a pieno diritto tra i beni di una economia, magari nel PIL? Innanzitutto, faremmo diversamente i conti, individualmente e socialmente. Individualmente : se prendessimo coscienza di quanto vale un rapporto di amicizia, una famiglia che funziona, un'attività di volontariato, ecc., forse allocheremmo il nostro tempo in modo diverso. Chi non vuole essere felice? Socialmente : le politiche pubbliche potrebbero tassare (come per l'ambiente) i beni posizionali e incentivare, o sussidiare, i beni relazionali: come?

a) Con serie politiche per la famiglia, il luogo dove primariamente si coltivano i beni relazionali;

b) con politiche per l'economia sociale (altro luogo relazionale), nel disegnare l'organizzazione del lavoro, che non vedrebbe il tempo speso nei rapporti umani solo come spreco e inefficienza, ma come "capitale sociale";

c) nell'urbanistica delle nostre città, che oggi raramente favoriscono i rapporti umani soprattutto per quelle categorie che ne hanno più bisogno: i bambini, i giovani, gli anziani: dalla qualità della vita relazionale degli anziani e ancor più dei bambini si misura l'attenzione alla qualità relazionale di una città: "per crescere un bambino ci vuole l'intero villaggio", recita un proverbio africano; le nostre città non sono più luoghi che accolgono i bambini, e anche per questo mettere al mondo un figlio è diventato costosissimo, in termini di denaro e soprattutto di tempo;

d) nelle politiche commerciali: quali sono i costi di chiudere i negozi del centro? Questi costi salgono molto se valorizziamo i beni relazionali, soprattutto di anziani e malati

e) nelle politiche del traffico: se fosse disincentivato l'uso individualistico dell'auto il traffico urbano ne trarrebbe gran giovamento;

f) nelle politiche culturali: c'è una cultura individualistica e snob, e una relazionale e comunitaria: c'è una cultura e un turismo "posizionale" e una cultura e un turismo "relazionali".

E come l'ambiente sta diventando una grande risorsa, anche economica, i beni relazionali, l'ambiente sociale, potrà anche diventare una risorsa di una economia che non punta più alla crescita delle merci e delle quantità, ma allo sviluppo umano delle persone, e dire persona significa dire relazione: proprio l'infanzia, oggi negata dall' economia della quantità (che vuole adulti bambini e bambini adulti), proprio la vecchiaia, l'handicap, il recupero, attività scartate dalla società dei consumi dei beni posizionali, potranno diventare nel XXI secolo la testata d'angolo di una economia civile, di una economia di comunione, proprio perché attività eminentemente relazionali, che non possono essere sostituite a costo minore dalle macchine, e che sono a costo energetico basso e quindi capace di futuro.

E' un sogno tutto questo? Non credo: se guardiamo il mondo di oggi con occhi nuovi questa nuova economia relazionale la possiamo già intravedere. Ma il suo sviluppo dipende dall'impegno di ciascuno di noi, non ultimo, anzi forse per primo, dipenderà anche da una adeguata cultura e politica della comunicazione.

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