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Analogo discorso avviene con i beni relazionali: anche qui, l'invenzione di internet, ha consentito l'invenzione di beni "concorrenti" ai beni relazionali: l'amico virtuale, la chat, la communities, sono dei "beni" che assomigliano all'amico vero e alla chiacchierata, ma hanno costi di attivazione (e di uscita) molto più bassi, quindi sono consumati più dei beni relazionali veri, perché vengono percepiti come beni sostituti. Anche qui: dov'è il problema? Senza internet un giovane di Frascati non sarebbe mai entrato in contatto con un giovane cinese; ma il problema è l'effetto cumulativo quando si supera un punto critico: poiché il costo di attivazione di un rapporto vero cresce con il disuso, nel tempo potremmo trovarci in un mondo fatto solo di amici e community virtuali. E' dunque importante "tenere separati" i due tipi di beni: come nelle donazioni di sangue negli USA, dove i donatori gratuiti e quelli a pagamento vengono tenuti distinti per evitare l'effetto "spiazzamento" degli incentivi monetari sulle motivazioni intrinseche. Occorre attribuire valore ai beni relazionali, considerarli beni distinti dai beni relazionali tecnologici, per servire la socialità.

4. "Per crescere un bambino ci vuole l'intero villaggio"

Cosa potrebbe accadere se venisse riconosciuto un valore economico alle relazioni umane, se i beni relazionali entrassero a pieno diritto tra i beni di una economia, magari nel PIL? Innanzitutto, faremmo diversamente i conti, individualmente e socialmente. Individualmente : se prendessimo coscienza di quanto vale un rapporto di amicizia, una famiglia che funziona, un'attività di volontariato, ecc., forse allocheremmo il nostro tempo in modo diverso. Chi non vuole essere felice? Socialmente : le politiche pubbliche potrebbero tassare (come per l'ambiente) i beni posizionali e incentivare, o sussidiare, i beni relazionali: come?

a) Con serie politiche per la famiglia, il luogo dove primariamente si coltivano i beni relazionali;

b) con politiche per l'economia sociale (altro luogo relazionale), nel disegnare l'organizzazione del lavoro, che non vedrebbe il tempo speso nei rapporti umani solo come spreco e inefficienza, ma come "capitale sociale";

c) nell'urbanistica delle nostre città, che oggi raramente favoriscono i rapporti umani soprattutto per quelle categorie che ne hanno più bisogno: i bambini, i giovani, gli anziani: dalla qualità della vita relazionale degli anziani e ancor più dei bambini si misura l'attenzione alla qualità relazionale di una città: "per crescere un bambino ci vuole l'intero villaggio", recita un proverbio africano; le nostre città non sono più luoghi che accolgono i bambini, e anche per questo mettere al mondo un figlio è diventato costosissimo, in termini di denaro e soprattutto di tempo;

d) nelle politiche commerciali: quali sono i costi di chiudere i negozi del centro? Questi costi salgono molto se valorizziamo i beni relazionali, soprattutto di anziani e malati

e) nelle politiche del traffico: se fosse disincentivato l'uso individualistico dell'auto il traffico urbano ne trarrebbe gran giovamento;

f) nelle politiche culturali: c'è una cultura individualistica e snob, e una relazionale e comunitaria: c'è una cultura e un turismo "posizionale" e una cultura e un turismo "relazionali".

E come l'ambiente sta diventando una grande risorsa, anche economica, i beni relazionali, l'ambiente sociale, potrà anche diventare una risorsa di una economia che non punta più alla crescita delle merci e delle quantità, ma allo sviluppo umano delle persone, e dire persona significa dire relazione: proprio l'infanzia, oggi negata dall' economia della quantità (che vuole adulti bambini e bambini adulti), proprio la vecchiaia, l'handicap, il recupero, attività scartate dalla società dei consumi dei beni posizionali, potranno diventare nel XXI secolo la testata d'angolo di una economia civile, di una economia di comunione, proprio perché attività eminentemente relazionali, che non possono essere sostituite a costo minore dalle macchine, e che sono a costo energetico basso e quindi capace di futuro.

E' un sogno tutto questo? Non credo: se guardiamo il mondo di oggi con occhi nuovi questa nuova economia relazionale la possiamo già intravedere. Ma il suo sviluppo dipende dall'impegno di ciascuno di noi, non ultimo, anzi forse per primo, dipenderà anche da una adeguata cultura e politica della comunicazione.

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