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COMUNICAZIONE, cultura, reciprocità

"Tra silenzio e parola, la luce della comunicazione"

c04-txt_zanzucchiMichele Zanzucchi
caporedattore rivista "Citta Nuova"

Queste brevi e modeste riflessioni vogliono essere uno stimolo all'apertura del dialogo tra di noi. Perché ci sembra che il dialogo debba diventare un vero e proprio metodo di ricerca nel mondo della comunicazione, come d'altronde in ogni altra scienza. Dialogo tra persone che operano in un sentore che "maneggia" cultura, e che talvolta arriva anche a crearla. Ecco, allora, il titolo di questa nostra sessione: "Comunicazione, cultura, reciprocità", dove "reciprocità" sta per dialogo compiuto e attuale.

Ma partiamo di nuovo dal titolo generale del convegno. È innegabile come un elemento di attualità (direbbero i giornalisti), di stimolo (direbbero gli accademici) o di rottura (direbbero i cineasti) del nostro titolo stia nell'avere inserito un terzo elemento, la luce, nel binomio più classico silenzio-parola. Un elemento di attualità, perché ci obbliga ad affrontare i grandi malesseri della comunicazione e le sue prodigiose potenzialità. Da una parte, infatti, i princìpi della comunicazione audiovisiva abusano dei termini legati alla luce - luminoso, illuminante, irraggiante... -, pensando forse che i nuovi media possano fare luce sulla vita quotidiana dell'uomo che li utilizza; ma dall'altra tale abuso, nell'ipermediatizzazione che avvolge l'uomo con rumori, suoni e parole senza fine, è sintomo della perdita di significato e dello smarrimento della profondità umana. Risultato? C'è sì nuova luce in questo XXI secolo incipiente, ma anche una progressiva assenza di chiarezza, di luce appunto, nel pensiero e nella vita dell'uomo e della donna. Gli schermi sono sempre più luminosi, possono essere visti anche in pieno sole, ma ci si dimentica della vera luce, quella solare.


Riflessione operativa

Dopo la mattinata comune, ora ci troviamo tra studiosi o studenti di scienze della comunicazione e tra editori, perché pensiamo che il nostro tema possa contribuire ad aprire una riflessione sul futuro della comunicazione. Una riflessione che si riveli operativa, e non solo mero esercizio accademico. Scrive Graziano Lingua: «È evidente che il lavoro di fondazione teorica delle scelte etiche professionali rischia di non essere incisivo se non si crea un legame tra ricerca accademica e professionisti dei media»1. Non è più l'epoca di un'azione che non abbia alle spalle una riflessione approfondita, o al contrario delle elaborazioni di belle teorie che non abbiano nessuna operatività. La natura stessa dei media ci obbliga ad avanzare rapidamente ma guardinghi, evitando di farci travolgere dal tornado tecnologico2.

Il rinnovamento del mondo della comunicazione3 deve investire sia i suoi meccanismi interni - che rischiano di isolare, invece di avvicinare fra loro i comunicatori -, sia le modalità e i contenuti con i quali ci si rivolge ai fruitori. Esso non può aver luogo che sulla base di una solida elaborazione culturale, in un contesto sociale dai caratteri inediti4: pluralità di modelli di riferimento; crescente individualismo; preferenza per rapporti basati sulla relazione orizzontale piuttosto che verticale; concentrazione della proprietà dei mezzi di comunicazioni in poche mani; commistione generalizzata tra poteri politici e proprietà dei media; massicci fenomeni migratori e via dicendo.

Siamo altresì convinti che troppo spesso, nel dibattito culturale attuale, si riduca il problema della comunicazione a quello dei mezzi di comunicazione. Pensiamo che ciò sia fuorviante, perché - prima della discussione sulla natura di tali mezzi con le loro specificità, i loro contenuti, le loro professionalità e la loro etica -, esiste una finalità intrinseca alla comunicazione stessa. Tale finalità è l'incontro tra le persone che comunicano. Incontro, e non semplice relazione: se una comunicazione vera s'instaura, sia chi comunica sia chi è destinatario della comunicazione non rimane uguale a quel che era prima dello stesso processo di comunicazione perché, se lo scontro divide, l'incontro unisce5.


Una dimensione globale

C'è un'altra sfida che ci sta a cuore: non isolarci, noi occidentali, rispetto al resto del mondo. Nella nostra antichità, infatti, e in fondo fino alla modernità, la comunicazione qui in occidente era considerata nei sentimenti, nelle pratiche religiose, nello studio, nella ricreazione come uno spazio vissuto nella sacralità e condiviso nella quotidianità. La modernità ha dato autonomia alle scienze umane, fino alla nascita della nuova disciplina delle scienze della comunicazione6.

L'oriente non sembra apparentemente aver dato invece un'importanza eccessiva alla riflessione sulla comunicazione, anche se il boom tecnologico dei media è frutto in gran parte dei suoi sforzi. Ma non possiamo non tenere conto del fatto che l'oriente non è stato confrontato, se non in parte, con il fenomeno tutto occidentale della modernità. Nel Sud-Est asiatico, predomina una comunicazione fondata sulla metafora, dove l'immagine regna come rivelazione della realtà e della parola. Mentre nel subcontinente indiano la comunicazione avviene come espressione delle pratiche religiose e sociali della vita quotidiana7. In Medio Oriente, invece, si integrano le regole sociali, politiche e religiose, portando la comunicazione al di là delle stesse culture particolari, in una tensione verso la "città ideale".

L'eccezione africana costruisce la sua concezione della comunicazione fondandosi sul pensiero inteso come "semplice" riflessione sulla vita vissuta, nell'armonia generazionale, nella collettività, nell'intuizione e nello slancio vitale.

Due grandi profili comunicativi emergono allora: quello occidentale basato solo sulla ragione; e quello dell'oriente e del continente africano, che invece hanno sviluppato l'intelligenza delle emozioni, dove la comunicazione si identifica con l'agire della persona nella comunità. La globalizzazione sembra portare negli ultimi anni al paradosso d'una certa omologazione mondiale dei processi comunicativi, indotta dallo sviluppo tecnologico, in contrasto con la differenziazione marcata richiesta dalle tendenze local . L'enorme problema del digital divide ne è un'espressione. Così, di fronte ad una globalizzazione che rischia di essere appiattita dal "pensiero unico" occidentale, si dovrebbe propugnare una globalizzazione arricchita dalle diversità delle culture, favorendo il dialogo8, la conoscenza e l'incontro tra i popoli.

Il processo di globalizzazione della comunicazione, poi, mentre rende a livello "macro" sempre più evidente l'avvicinamento di persone e popoli, nello stesso tempo troppo spesso - a livello "micro" - blocca emettori e recettori della comunicazione nella solitudine. Cresce la comunicazione virtuale e diminuisce la comunicazione interpersonale9. Una comunicazione che abbia come obiettivo l'unità dell'umanità, lavorerà invece sulle cause dei conflitti, per rimuoverle.

Si lamenta inoltre un logoramento della parola, uno smarrimento del pensare? La radice ontologica della comunicazione fa sì che la parola e l'immagine non siano parole e immagini vuote, ma abbiano in sé la forza di far "essere" quel che si comunica. È quindi una comunicazione profetica quella che propugnamo, una comunciazione lungimirante, anticipatrice delle tendenze della società, ma memore delle ricchezze del passato.


Le scienze della comunicazione tra silenzio e parola

Nella riflessione sulla comunicazione, da sempre presente nel pensiero filosofico e teologico, la modernità matura ha dato origine alle scienze della comunicazione, una scienza plurale, di per sé dialogica e comunicativa, proprio perché il suo oggetto è la comunicazione. Le scienze della comunicazione costitu isc ono «un crocevia accademico», secondo uno dei primi massmediologi, Wilbur Schramm10. Oppure una «interd isc iplina», secondo invece il transalpino Daniel Bougnoux11. In ogni caso, nella realtà accademica e culturale delle più varie latitudini, esse finora non hanno ancora ottenuto un loro status riconosciuto universalmente12.

Quest'incertezza delle scienze della comunicazione, quasi un'assenza di luce, questo ondeggiare tra il silenzio delle altre d isc ipline e la propria logorrea, ha spinto la nostra disciplina ad incarnare essa stessa, in sé stessa, il contrasto tra silenzio e parola. Nate nell'epoca della visualizzazione dei media - il trionfo della riproduzione dell'immagine fissa o in movimento, questa «parola che si anima», come è stato detto da Simone Weil13 - le scienze della comunicazione hanno cercato e cercano ancora di trovare un senso alla proliferazione della parola, anche a quella nuova, quella digitalizzata. Col risultato, spesso, di inseguire le parole stesse, proponendo modelli che non contemplano la straordinaria complessità della materia14. In certo modo, sono esse stesse delle scienze che "vivono epistemologicamente" la nostra triade. Se lo facessero al servizio delle d isc ipline da cui sono nate, direi "umilmente", forse troverebbero finalmente la loro luce.

C'è tuttavia una novità. Il pensiero contemporaneo, quello in particolare che nasce dalla riflessione sui nuovi media, introduce implicitamente o esplicitamente l'elemento della luce, della visibilità. E questo ci interessa. Marshall McLuhan, avendo proposto la sua famosa formula "il medium è il messaggio", sembrava aver posto l'attenzione su un aspetto fondamentale della comunicazione di massa: il medium non è neutro, entra a far parte esso stesso del processo comunicativo, del messaggio che la comunicazione veicola. Col suo spiritualismo spesso contestato, McLuhan sosteneva proprio che se questo messaggio veicola luce, ecco che la comunicazione diventa quel che deve essere: crescita dell'uomo15.

La luce, però, viene tuttora presa in considerazione assai scarsamente dai teorici della comunicazione, perché si ritiene che essa sia piuttosto qualcosa di tecnologico. E, ancora, essa rimane spesso appannaggio di coloro che più riflettono sulla creatività, cioè degli artisti16.

Questo mi sembra un insegnamento da valutare attentamente: la luce è spesso associata alla creatività, all'ispirazione, qualcosa che non solo è all'origine dell'immagine, ma che in certo modo ne è la premessa, lo spunto creativo, la scintilla dell'ispirazione. Da questi autori e da questi personaggi mi sembra si possa ereditare l'idea di luce come via per una comunicazione creativa, e non solo strumentale o ipertecnologizzata, che rifiuta ogni visione filosofica.

Il fatto è che chi comunica crea qualcosa di nuovo, non solo trasmette un messaggio come canale vuoto (funzione che pur essa deve svolgere), non solo apre una comunicazione che altrimenti rimarrebbe sterile, ma crea nell'altro qualcosa di nuovo, perché il messaggio non è mai neutro. Se nel messaggio c'è questa luce, allora sì che la sua trasmissione - non opaca - può creare nell'interlocutore della comunicazione una reazione di crescita e di arricchimento. Ogni comunicazione, insomma, è creazione di qualcosa che prima non esisteva. È luce.


L'inizio della comunicazione

Fine della comunicazione? Tanti lo dicono. Le opere di Sfez, Perniola e Merlini, giusto per fare qualche esempio, sono eloquenti: Critica della comunicazione per il primo17, Contro la comunicazione per il secondo18, La comunicazione interrotta per il terzo19. Lo dice la politica, che è entrata prepotentemente nei media e nel controllo della loro diffusione.

C'è chi parla di fine della comunicazione per via del problema della mole impressionante di news , studi, pagine web, libri, pubblicazioni e articoli su tutto e su tutti che si diffondono incontrollabili in mille circuiti diversi. Una straordinaria quantità di nozioni e messaggi, nella quale è facilissimo perdersi20. Babele è dietro l'angolo, o forse è già qui, soprattutto per la mancanza di una "gerarchizzazione delle fonti", che vengono servite sui nostri piatti informatizzati tutte assieme, come un infinito mechoui in cui dover scegliere tra infinite pietanze diverse quelle che più ci piacciono o ci servono. Si va dritti, se non si prendono provvedimenti - normativi, certo, ma soprattutto deontologici -, contro il muro di un avvolgente relativismo etico che tutto uniformizza, e nello stesso tempo verso un pensiero che definire debole è semplice eufemismo.

Ma non tutto, diciamocelo, è così negativo come sembra. Siamo infatti alla vigilia, ci sembra, di un nuovo inizio della comunicazione. O, meglio, a una nuova epoca comunicativa, post-tecnologica e post-babelica. Ecco tre spunti di riflessione, tra i tanti possibili.

 

1. Parliamo ad esempio di quella "frammentazione del sapere", che ha delle conseguenze dirette sulla comunicazione e sul suo continuo sbriciolarsi in segmenti non comunicanti, o comunicanti secondo logiche ancora a noi sconosciute21. Il panorama culturale nei nostri paesi occidentali presenta in effetti una frammentazione sempre più accentuata dei saperi, che troppo spesso smarr isc ono il senso stesso della conoscenza. Non è raro il caso, come sosteneva Carlo Bo con la sua consueta ironia, «di confrontarsi con scienziati che sanno assolutamente tutto sulle libellule del Mississippi che scorre da Memphis a New Orleans, senza però saper più individuare il periodo storico nel quale Giulio Cesare era imperatore»22. Le invocazioni d'aiuto per ritrovare un perno centrale del pensare giungono da ogni parte, associando studiosi credenti, atei e agnostici23.

Guarda caso, proprio in questo periodo, anche per le tremende spinte tecnologiche che sembrano consentire al sapere di allargarsi a dismisura, ecco nuove d isc ipline, quali le nostre scienze della comunicazione, che paiono naturalmente universali e interd isc iplinari, anche se spesso si riducono ad enumerare una serie giustapposta di materie.

La soluzione penso che stia in una nuova armonizzazione delle d isc ipline, che passa attraverso una comunicazione integrata e consapevole del suo ruolo interdisciplinare: di nuovo silenzio e parola24.

 

2. Un altro capitolo complesso e stimolante dell'attualità è quello del rapporto tra la comunicazione cosiddetta di massa, e quella interpersonale25. I mass media paiono introdurre nella comunicazione una sorta di dittatura26. La massmediologia sembra poter fare a meno degli insegnamenti della comunicazione tra persone27. Ma i motivi di speranza fortunatamente non mancano, e su vari fronti: a proposito della globalizzazione e della virtualità; nel rispetto della coscienza e della sopravvivenza della cultura; persino nell'emergenza di insospettabili "anticorpi mediatici" che si creerebbero nelle nuove generazioni. Motivi che forse non rispondono direttamente alle attuali tentazioni che attraversano i media di massa - del potere, dell'autoreferenzialità e della istantaneità28 -, ma che incidono certamente sul sistema mediatico nel suo complesso, e quindi anche sui tre mali maggiori che l'affliggono.

 

3. Si era poi previsto che la tecnologia avrebbe distrutto la ragione e la coscienza. Dominique Wolton ha sempre negato questa falsa profezia, tacciandola di superficiale e affrettata. Secondo il massmediologo francese, resta ancor oggi un ampio spazio di autonomia e di scelta per la persona, per quanto grande sia la crescita mediatica indotta dalla spirale tecnologica, tanto più che si accresce in modo esponenziale anche la facoltà degli utenti di interagire coi singoli media, stimolando perciò una loro maggiore responsabilità29.

Altri avevano paventato la catastrofe di un passaggio dall' homo sapiens all' homo videns30. In realtà si legge di più, e i libri stampati aumentano, anche per effetto del miglioramento straordinario delle capacità di produzione tipografica. Così si assiste piuttosto a un processo di integrazione: scompaiono alcuni supporti più recenti, ideati già nell'era informatica, mentre quelli di più antica data - libro, giornale, radio... -, sembrano godere di una nuova primavera.

Non va poi dimenticato che la prospettiva digitale apre a medio-lungo termine prospettive assai positive per il recupero di valori culturali, educativi e di interattività ora un po' dimenticati: «Il risultato - scrive Casetti - sarà quello di fare della televisione sempre più un "ambiente" in cui collocarsi (anziché un semplice schermo su cui fruire notizie o spettacoli)»31.

 

E allora la visione di una comunicazione che abbia la persona al centro degli interessi, e non solo la massa, non è solo un sogno. È un obiettivo32. Un obiettivo raggiungibile, se si comincia senza tergiversare ulteriormente col proporre strumenti utili all'educazione ai media, dalle elementari fino alle università. E anche dopo.


La reciprocità

Ma la speranza più grande viene da qualcosa di naturalmente comunicazionale, cui abbiamo già accennato: la reciprocità. Un concetto e una realtà, un'idea che si materializza in relazioni.

La base della reciprocità, anche nella comunicazione, può essere considerata la fraternità, che nel nostro ambito non viene presa in conto molto spesso, preferendo lasciarne l'elaborazione alla psicologia, alla teologia o alla politica33. Per noi, invece, ha un senso preciso; anzi, potremmo pensare che essa, la fraternità, nelle nostre d isc ipline prenda proprio il nome di reciprocità. La fraternità non considera l'altro come proprio fratello, e quindi non sugger isc e una comunicazione che sia non solo di routine o funzionale, ma anche arricchita dai legami di sangue e dagli interessi comuni? Nell'amore fraterno, quello autentico, non c'è assoluta libertà, uguaglianza e reciprocità?

La reciprocità di cui parlo è, per intenderci, quella che nasce all'interno della nostra rete di NetOne , questo piccolo gregge di qualche migliaio di comunicatori appena, ma sparso nei cinque continenti34 che cerca di vivere al proprio interno la fraternità, e quindi la reciprocità. Che vuol dire concretamente mutuo aiuto, sostegno nelle difficoltà, ascolto vero e intenso, elaborazione di progetti comuni, fondazione di società di produzione mediatica... E così via35.

Reciprocità non vuol dire solo rispondere a un appello, ad un input , ma farlo coscienti che ciò dà il via a una relazione nuova, e mi obbliga a prendere in conto un cambiamento della mia stessa vita per il nuovo contatto con il mio interlocutore36. Vuol dire anche che le mie parole sono portatrici «non solo di un'esperienza personale... ma anche di una collettiva»37, come sugger isc e Giannini. Nell'universo che attraversiamo quotidianamente - fatto di contatti rapidissimi, un email fuggente, una telefonata gettata lì tra un panino e un appuntamento, un sms sgrammaticato38 -, la reciprocità esige invece che questi mezzi, pur se usati nella spesso necessaria rapidità, siano nel contempo attenti alla persona alla quale si indirizza il messaggio. La comunicazione che vuole essere reciproca non può basarsi sulla "cosificazione" dell'interlocutore, del recettore, ma sull'amore che diventa reciproco39.

Non a caso il cristianesimo ha da sempre associato l'aggettivo "reciproco" al nome comune "amore", per indicare la riproduzione in terra dell'amore celeste. Ma anche in tutte le grandi religioni la "regola d'oro", in positivo o in negativo, indica proprio la reciprocità come regola dell'umana convivenza, elemento di unità oltre le diverse credenze e le sensibilità lontane le une dalle altre40.

Le scienze della comunicazione da tempo considerano la reciprocità come essenziale per l'atto comunicativo, e i modelli più noti la contemplano già. Ma essa è troppo spesso confinata nella freddezza delle relazioni meccaniche, o poco più: più uno, meno uno. Invece la comunicazione della vera reciprocità non può più essere binaria, ma ternaria, perché tra silenzio e parola crea qualcosa di più, un terzo elemento, una terza creazione. La luce. Luce che dà compimento allo stesso binomio silenzio-parola, che è legge prima della comunicazione. Ed ecco di nuovo il nostro tema. Non ci sono ancora modelli teorici che potrebbero spiegare tutto ciò, ma ci si arriverà, ne sono certo.


1Graziano Lingua (a cura di), Comunicare senza regole? , Medusa, Milano 2002, p. 14

2Cf . Mauro Wolf , Gli effetti sociali dei media , Bompiani, Milano 1992, pp. 15ss

3Cf . Michele Zanzucchi , Globalizzazione e mondo unito , in Cultura&Libri , n° 144/luglio-settembre 2003, pp. 39-50

4Cf . Michele Zanzucchi , Media tra tentazioni e speranze , in Nuova Umanità , n° 153-154/maggio-agosto 2004, pp. 315-326

5 Lo s-contro è diabolico (d?a-ßa??e?? in greco vuol dire dividere), l'in-contro, invece, è simbolicamente unitivo (s??-ßa??e?? in greco vuol dire unire)

6 L'Europa ha seguito una linea fondata nella sociologia della comunicazione, con importanti influenze filosofiche normative, mentre l'America del Nord ha sviluppato la comunicazione in una costante ricerca empirica, cercando di cogliere la sua influenza sulle masse. L'America Latina, da parte sua, ha elaborato negli ultimi decenni una notevole corrente di pensiero sulla mediazione sociale dei media

7Cf . Stefano Piano , Sanatana dharma , San Paolo, Cinisello Balsamo 1996

8 Sul significato di dialogo, cf . Ettore Sandretto , I significati della comunicazione aziendale nell'epoca di Internet , in Graziano Lingua , op. cit. , p. 72. Cf . anche Humberto Giannini , La "réflexion" quotidienne , Alinea, Aix-en-Provence 1987, p. 60

9 Scrive Ryszard Kapuscinski: «Tra qualche anno lo storico, desideroso di conoscere un determinato evento, dovrà visionare milioni e milioni di metri di pellicola, il che è naturalmente impossibile. In questo modo la storia reale si allontana da noi, sostituita dalla finzione. La finzione è ciò che sempre più spesso ci viene propinato». Ryszard Kapuscinski , Lapidarium , Feltrinelli, Milano 1997, p. 109

10Wilbur Schramm , The Science of Human Communication , Holt, Rinehart & Winston , New York 1960, p. 2

11Daniel Bougnoux , op. cit. , p. 9. Oppure sono semplicemente «un campo poco organizzato di interessi interd isc iplinari», come sostengono De Fleur e la Ball-Rokeach? Cf . De Fleur Melvin L. e Ball-Rokeach Sandra J. , Teorie delle comunicazioni di massa , il Mulino, Bologna 1995, pp. 17ss e 186ss

12 Anzi, non si usa nemmeno una unica dizione per definire tale d isc iplina: accanto a "scienze della comunicazione", si usano infatti espressioni quali "comunicazioni sociali" o "comunicazioni di massa", "mediologia" o "massmediologia", "scienza dei media", "comunicazione" tout court e via dicendo. Cf . Dominique Wolton , Penser la communication , Flammarion, Paris 1997, pp. 361ss

13Simone Weil , La pesanteur et la grâce , Plon, Paris 1988, p. 54

14 Mario Perniola accusa la massmediologia e le scienze della comunicazione di essersi lasciate sedurre dal "vitalismo" degli ultimi due secoli, corrente che propugna «la demolizione di ogni tipo di logica e di razionalità in nome dell'immediatezza, della spontaneità, della creazione dal nulla» ( Mario Perniola , Contro la comunicazione , Einaudi, Torino 2004, p. 24)

15Cf . in particolare Marshall McLuhan , Le radici del cambiamento , Percezioni e La cultura come business , a cura di Giampiero Gamaleri, Armando Editore, Roma 1998

16 E non va dimenticata la critica che viene rivolta a chi vuole annullare la differenza tra parola ed immagine, tra parola e luce: la parola mantiene beninteso una sua autonomia, e l'immagine non può certo pretendere di scalzarla: «"In principio era la parola": così il Vangelo di Giovanni. Oggi si dovrebbe dire che "in principio è l'immagine"», sostiene Giovanni Sartori con non poco umorismo e un pizzico di verità. Cf . Giovanni Sartori , Homo videns , Laterza, Bari 1999, pp. 14 ss

17Lucien Sfez , Critique de la communication , Seuil, Paris 1992

18Mario Perniola , op. cit.

19Fabio Merlini , La comunicazione interrotta , Dedalo, Bari 2004

20Cf . Michele Fazioli , Il fascino e i r isc hi di un'epoca "superinformata" , in Quaderni grigionitaliani , LXXIII 3, Luglio 2004, pp. 213-218

21 «Vi è chi offre poca speranza. J. Robert Oppenheimer ha fatto notare che la crisi di comunicazione è grave all'interno delle scienze come lo è tra le scienze e le d isc ipline umanistiche. Il fisico e il matematico operano in una misura crescente di incomprensione reciproca» ( George Steiner , Linguaggio e silenzio , Garzanti, Milano 1996, p. 55)

22Corriere della sera , 14 maggio 1996

23 «Si è persa la bussola del sapere» ( Corriere della sera , 21 giugno 2001) , sosteneva Claudio Magris. Mentre il filosofo Emile Cioran, esteta del frammento e dell'aforisma, esultava invece per un sapere «finalmente ridotto in briciole, le uniche unità conoscitive che ci sia dato di investigare» ( Emile M. Cioran , De l'inconvenient d'être né , in Œuvres , Gallimard, Paris 1995, p. 1350) Ma anch'egli cercò, invano, qualcosa che andasse al di là dei semplici Confessioni e anatemi , come titolava un suo noto libro ( Emile M. Cioran , Aveux et anathèmes , in Œuvres , op. cit. , pp. 1641-1724)

24 Nella cacofonia dell'oggi culturale, c'è bisogno di far tacere la propria vanagloria accademica. Di nuovo il silenzio necessario, o liberatore. Di nuovo il silenzio come viatico alla parola che comunica. La comunicazione può iniziare a svolgere il suo compito di unità del sapere, pena il decadimento nell'oscurantismo di una cultura senza più mythos e senza più logos . E senza ancora agape . Ce ne parlerà domani Giuseppe Maria Zanghì.

25 Per una corretta comprensione della differenza tra comunicazione di massa e comunicazione interpersonale, cf . Emmanuel Pedler , Sociologie de la communication , Nathan, Paris 2000, pp. 9ss

26Cf . Mauro Wolf , op. cit. , pp. 13ss. I media avrebbero anche un potente effetto cumulativo che annichilerebbe le coscienze, secondo alcune teorie (pp. 97ss). Cf . anche il provocatorio, ma per tanti versi profetico, testo del primo Eco, il più innovativo forse da lui scritto, allorché era affascinato dalla semeiotica: Umberto Eco , Apocalittici e integrati , Bompiani, Milano 196472003

27 Wolton parla di un «legame sociale» creato dai media, e dalla televisione in particolare, in una società contemporaneamente individualista e di massa ( Cf . Dominique Wolton , Penser la communication , op. cit. , pp. 95ss). E aggiunge: «Pensare oggi la comunicazione, è pensare la massificazione» ( idem , p. 40)

28Cf . Michele Zanzucchi , Media tra tentazioni e speranze , op. cit.

29Cf . Dominique Wolton , Internet et après , Flammarion, Paris 1999, pp. 25ss

30Cf . Giovanni Sartori , op. cit.

31 Francesco Casetti, Prospettive del sistema televisivo in Europa , in Osservatorio comunicazione & cultura , 11/2003, p. 6

32Cf . Michele Zanzucchi , Globalizzazione e mondo unito , in Cultura&Libri , settembre 2003, pp. 39-50ss e Lella Sin isc alco e Michele Zanzucchi (edd.), Comunicazione e unità , Città Nuova, Roma 2003

33 In un suo interessantissimo libro, il massmediologo Armand Mattelard spiega invece, da una posizione assolutamente non cristiana, come fraternità e comunicazione siano andate a braccetto da secoli, in fondo dall'avvento del Cristo, in una sorta di "utopia planetaria". Cf . Armand Mattelard , Histoire de l'utopie planétaire. De la cité prophétique à la société globale , La Découverte, Paris 1999

34 Siamo ancora pochi, ma consola un brano di Gandhi: «Non voglio sottovalutare la forza del numero. Ha la sua importanza. Ma solo quando è sostenuta dalla forza dello spirito... In ogni grande causa, non è il numero delle persone che conta, ma la qualità di cui esse sono dotate» ( Gandhi , I valori della vita , Gribaudi, Torino 1995, pp. 32-33

35 Scrive Antoine Delzant a proposito della reciprocità: «L'esperienza cristiana non si ferma al semplice consenso all'Amore. Essa propone e conduce ad amare l'Amore stesso... quest'avvenimento che ogni uomo è invitato a raggiungere sulla superficie delle cose e degli esseri; essa propone di amare questa relazione nella quale si è presi e che fa sì che si ami il prossimo e il mondo dove l'Amore si dispiega». Antonio Delzant , La communication de Dieu , Cerf, Paris 1974, p. 308

36 Alcuni studiosi se ne sono accorti, come Myron Rush, che scrive: «La comunicazione è il processo che compiamo per trasmettere la comprensione da una persona o un gruppo a un altro. Se non si ha la comprensione non si ha comunicato. Il semplice sforzo di comunicare con qualcuno non garant isc e che questi abbia automaticamente compreso il nostro messaggio» ( Myron Rush , op. cit. , p. 26)

37Humberto Giannini , La "réflexion" quotidienne , Alinea, Aix-en-Provence 1987, p. 57

38 Val la pena di leggere il libretto dello scrittore e critico tedesco Lothar Baier che getta un anatema simpatico e profondo sulla «fame di tempo» della nostra epoca. Lothar Baier , Non c'è tempo! Diciotto tesi sull'accelerazione , Boringhieri, Torino 2004

39 Naturalmente nella comunicazione, almeno finché saremo su questa terra, permarrà sempre una certa disuguaglianza ( cf . Emmanuel Pedler , op. cit. , pp. 22ss), ma la reciprocità può aiutare ad attutire tali differenze ed eventualmente ad annullarle, almeno nell'intenzione

40Cf . Piero Coda , Il Logos e il nulla , Città Nuova, Roma 2003, p. 113

 
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