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L'inizio della comunicazione

Fine della comunicazione? Tanti lo dicono. Le opere di Sfez, Perniola e Merlini, giusto per fare qualche esempio, sono eloquenti: Critica della comunicazione per il primo17, Contro la comunicazione per il secondo18, La comunicazione interrotta per il terzo19. Lo dice la politica, che è entrata prepotentemente nei media e nel controllo della loro diffusione.

C'è chi parla di fine della comunicazione per via del problema della mole impressionante di news , studi, pagine web, libri, pubblicazioni e articoli su tutto e su tutti che si diffondono incontrollabili in mille circuiti diversi. Una straordinaria quantità di nozioni e messaggi, nella quale è facilissimo perdersi20. Babele è dietro l'angolo, o forse è già qui, soprattutto per la mancanza di una "gerarchizzazione delle fonti", che vengono servite sui nostri piatti informatizzati tutte assieme, come un infinito mechoui in cui dover scegliere tra infinite pietanze diverse quelle che più ci piacciono o ci servono. Si va dritti, se non si prendono provvedimenti - normativi, certo, ma soprattutto deontologici -, contro il muro di un avvolgente relativismo etico che tutto uniformizza, e nello stesso tempo verso un pensiero che definire debole è semplice eufemismo.

Ma non tutto, diciamocelo, è così negativo come sembra. Siamo infatti alla vigilia, ci sembra, di un nuovo inizio della comunicazione. O, meglio, a una nuova epoca comunicativa, post-tecnologica e post-babelica. Ecco tre spunti di riflessione, tra i tanti possibili.

 

1. Parliamo ad esempio di quella "frammentazione del sapere", che ha delle conseguenze dirette sulla comunicazione e sul suo continuo sbriciolarsi in segmenti non comunicanti, o comunicanti secondo logiche ancora a noi sconosciute21. Il panorama culturale nei nostri paesi occidentali presenta in effetti una frammentazione sempre più accentuata dei saperi, che troppo spesso smarr isc ono il senso stesso della conoscenza. Non è raro il caso, come sosteneva Carlo Bo con la sua consueta ironia, «di confrontarsi con scienziati che sanno assolutamente tutto sulle libellule del Mississippi che scorre da Memphis a New Orleans, senza però saper più individuare il periodo storico nel quale Giulio Cesare era imperatore»22. Le invocazioni d'aiuto per ritrovare un perno centrale del pensare giungono da ogni parte, associando studiosi credenti, atei e agnostici23.

Guarda caso, proprio in questo periodo, anche per le tremende spinte tecnologiche che sembrano consentire al sapere di allargarsi a dismisura, ecco nuove d isc ipline, quali le nostre scienze della comunicazione, che paiono naturalmente universali e interd isc iplinari, anche se spesso si riducono ad enumerare una serie giustapposta di materie.

La soluzione penso che stia in una nuova armonizzazione delle d isc ipline, che passa attraverso una comunicazione integrata e consapevole del suo ruolo interdisciplinare: di nuovo silenzio e parola24.

 

2. Un altro capitolo complesso e stimolante dell'attualità è quello del rapporto tra la comunicazione cosiddetta di massa, e quella interpersonale25. I mass media paiono introdurre nella comunicazione una sorta di dittatura26. La massmediologia sembra poter fare a meno degli insegnamenti della comunicazione tra persone27. Ma i motivi di speranza fortunatamente non mancano, e su vari fronti: a proposito della globalizzazione e della virtualità; nel rispetto della coscienza e della sopravvivenza della cultura; persino nell'emergenza di insospettabili "anticorpi mediatici" che si creerebbero nelle nuove generazioni. Motivi che forse non rispondono direttamente alle attuali tentazioni che attraversano i media di massa - del potere, dell'autoreferenzialità e della istantaneità28 -, ma che incidono certamente sul sistema mediatico nel suo complesso, e quindi anche sui tre mali maggiori che l'affliggono.

 

3. Si era poi previsto che la tecnologia avrebbe distrutto la ragione e la coscienza. Dominique Wolton ha sempre negato questa falsa profezia, tacciandola di superficiale e affrettata. Secondo il massmediologo francese, resta ancor oggi un ampio spazio di autonomia e di scelta per la persona, per quanto grande sia la crescita mediatica indotta dalla spirale tecnologica, tanto più che si accresce in modo esponenziale anche la facoltà degli utenti di interagire coi singoli media, stimolando perciò una loro maggiore responsabilità29.

Altri avevano paventato la catastrofe di un passaggio dall' homo sapiens all' homo videns30. In realtà si legge di più, e i libri stampati aumentano, anche per effetto del miglioramento straordinario delle capacità di produzione tipografica. Così si assiste piuttosto a un processo di integrazione: scompaiono alcuni supporti più recenti, ideati già nell'era informatica, mentre quelli di più antica data - libro, giornale, radio... -, sembrano godere di una nuova primavera.

Non va poi dimenticato che la prospettiva digitale apre a medio-lungo termine prospettive assai positive per il recupero di valori culturali, educativi e di interattività ora un po' dimenticati: «Il risultato - scrive Casetti - sarà quello di fare della televisione sempre più un "ambiente" in cui collocarsi (anziché un semplice schermo su cui fruire notizie o spettacoli)»31.

 

E allora la visione di una comunicazione che abbia la persona al centro degli interessi, e non solo la massa, non è solo un sogno. È un obiettivo32. Un obiettivo raggiungibile, se si comincia senza tergiversare ulteriormente col proporre strumenti utili all'educazione ai media, dalle elementari fino alle università. E anche dopo.

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