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Le scienze della comunicazione tra silenzio e parola

Nella riflessione sulla comunicazione, da sempre presente nel pensiero filosofico e teologico, la modernità matura ha dato origine alle scienze della comunicazione, una scienza plurale, di per sé dialogica e comunicativa, proprio perché il suo oggetto è la comunicazione. Le scienze della comunicazione costitu isc ono «un crocevia accademico», secondo uno dei primi massmediologi, Wilbur Schramm10. Oppure una «interd isc iplina», secondo invece il transalpino Daniel Bougnoux11. In ogni caso, nella realtà accademica e culturale delle più varie latitudini, esse finora non hanno ancora ottenuto un loro status riconosciuto universalmente12.

Quest'incertezza delle scienze della comunicazione, quasi un'assenza di luce, questo ondeggiare tra il silenzio delle altre d isc ipline e la propria logorrea, ha spinto la nostra disciplina ad incarnare essa stessa, in sé stessa, il contrasto tra silenzio e parola. Nate nell'epoca della visualizzazione dei media - il trionfo della riproduzione dell'immagine fissa o in movimento, questa «parola che si anima», come è stato detto da Simone Weil13 - le scienze della comunicazione hanno cercato e cercano ancora di trovare un senso alla proliferazione della parola, anche a quella nuova, quella digitalizzata. Col risultato, spesso, di inseguire le parole stesse, proponendo modelli che non contemplano la straordinaria complessità della materia14. In certo modo, sono esse stesse delle scienze che "vivono epistemologicamente" la nostra triade. Se lo facessero al servizio delle d isc ipline da cui sono nate, direi "umilmente", forse troverebbero finalmente la loro luce.

C'è tuttavia una novità. Il pensiero contemporaneo, quello in particolare che nasce dalla riflessione sui nuovi media, introduce implicitamente o esplicitamente l'elemento della luce, della visibilità. E questo ci interessa. Marshall McLuhan, avendo proposto la sua famosa formula "il medium è il messaggio", sembrava aver posto l'attenzione su un aspetto fondamentale della comunicazione di massa: il medium non è neutro, entra a far parte esso stesso del processo comunicativo, del messaggio che la comunicazione veicola. Col suo spiritualismo spesso contestato, McLuhan sosteneva proprio che se questo messaggio veicola luce, ecco che la comunicazione diventa quel che deve essere: crescita dell'uomo15.

La luce, però, viene tuttora presa in considerazione assai scarsamente dai teorici della comunicazione, perché si ritiene che essa sia piuttosto qualcosa di tecnologico. E, ancora, essa rimane spesso appannaggio di coloro che più riflettono sulla creatività, cioè degli artisti16.

Questo mi sembra un insegnamento da valutare attentamente: la luce è spesso associata alla creatività, all'ispirazione, qualcosa che non solo è all'origine dell'immagine, ma che in certo modo ne è la premessa, lo spunto creativo, la scintilla dell'ispirazione. Da questi autori e da questi personaggi mi sembra si possa ereditare l'idea di luce come via per una comunicazione creativa, e non solo strumentale o ipertecnologizzata, che rifiuta ogni visione filosofica.

Il fatto è che chi comunica crea qualcosa di nuovo, non solo trasmette un messaggio come canale vuoto (funzione che pur essa deve svolgere), non solo apre una comunicazione che altrimenti rimarrebbe sterile, ma crea nell'altro qualcosa di nuovo, perché il messaggio non è mai neutro. Se nel messaggio c'è questa luce, allora sì che la sua trasmissione - non opaca - può creare nell'interlocutore della comunicazione una reazione di crescita e di arricchimento. Ogni comunicazione, insomma, è creazione di qualcosa che prima non esisteva. È luce.

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