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Una dimensione globale

C'è un'altra sfida che ci sta a cuore: non isolarci, noi occidentali, rispetto al resto del mondo. Nella nostra antichità, infatti, e in fondo fino alla modernità, la comunicazione qui in occidente era considerata nei sentimenti, nelle pratiche religiose, nello studio, nella ricreazione come uno spazio vissuto nella sacralità e condiviso nella quotidianità. La modernità ha dato autonomia alle scienze umane, fino alla nascita della nuova disciplina delle scienze della comunicazione6.

L'oriente non sembra apparentemente aver dato invece un'importanza eccessiva alla riflessione sulla comunicazione, anche se il boom tecnologico dei media è frutto in gran parte dei suoi sforzi. Ma non possiamo non tenere conto del fatto che l'oriente non è stato confrontato, se non in parte, con il fenomeno tutto occidentale della modernità. Nel Sud-Est asiatico, predomina una comunicazione fondata sulla metafora, dove l'immagine regna come rivelazione della realtà e della parola. Mentre nel subcontinente indiano la comunicazione avviene come espressione delle pratiche religiose e sociali della vita quotidiana7. In Medio Oriente, invece, si integrano le regole sociali, politiche e religiose, portando la comunicazione al di là delle stesse culture particolari, in una tensione verso la "città ideale".

L'eccezione africana costruisce la sua concezione della comunicazione fondandosi sul pensiero inteso come "semplice" riflessione sulla vita vissuta, nell'armonia generazionale, nella collettività, nell'intuizione e nello slancio vitale.

Due grandi profili comunicativi emergono allora: quello occidentale basato solo sulla ragione; e quello dell'oriente e del continente africano, che invece hanno sviluppato l'intelligenza delle emozioni, dove la comunicazione si identifica con l'agire della persona nella comunità. La globalizzazione sembra portare negli ultimi anni al paradosso d'una certa omologazione mondiale dei processi comunicativi, indotta dallo sviluppo tecnologico, in contrasto con la differenziazione marcata richiesta dalle tendenze local . L'enorme problema del digital divide ne è un'espressione. Così, di fronte ad una globalizzazione che rischia di essere appiattita dal "pensiero unico" occidentale, si dovrebbe propugnare una globalizzazione arricchita dalle diversità delle culture, favorendo il dialogo8, la conoscenza e l'incontro tra i popoli.

Il processo di globalizzazione della comunicazione, poi, mentre rende a livello "macro" sempre più evidente l'avvicinamento di persone e popoli, nello stesso tempo troppo spesso - a livello "micro" - blocca emettori e recettori della comunicazione nella solitudine. Cresce la comunicazione virtuale e diminuisce la comunicazione interpersonale9. Una comunicazione che abbia come obiettivo l'unità dell'umanità, lavorerà invece sulle cause dei conflitti, per rimuoverle.

Si lamenta inoltre un logoramento della parola, uno smarrimento del pensare? La radice ontologica della comunicazione fa sì che la parola e l'immagine non siano parole e immagini vuote, ma abbiano in sé la forza di far "essere" quel che si comunica. È quindi una comunicazione profetica quella che propugnamo, una comunciazione lungimirante, anticipatrice delle tendenze della società, ma memore delle ricchezze del passato.

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