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Televisione - Documentari: strumenti per il dialogo
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Filippo Mauceri
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Michele Afferrante
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Sandra Hoggett

TAVOLA ROTONDA

condotta da Marco Aleotti e Ron Austin

Marco Aleotti

In questa prima parte del pomeriggio abbiamo con noi Michele Afferrante e Filippo Mauceri, due amici che hanno avuto un' idea, realizzata poi dalla televisione italiana. Michele Afferrante è un critico cinematografico, lavora come consulente nel programma che faccio per Rai 1, il primo canale pubblico italiano. Invece Filippo Mauceri è uno degli autori di un programma molto conosciuto del principale canale privato italiano, un programma satirico che si chiama Striscia la notizia che ha un grandissimo ascolto. Raccontateci come avete avuto quest' idea, mi pare, stando in montagna in vacanza.

Filippo Mauceri

Sì, abbiamo avuto questa idea in quel posto magico che è quasi sempre la montagna: proprio davanti al Monviso in Valle Po. Io e Michele ci conosciamo da parecchi anni, il nostro è stato un incontro legato al cinema, legato principalmente ad Ermanno Olmi e alla sua scuola, che si trovava in quegli anni a Bassano Del Grappa, Ipotesi Cinema.
L'idea che ci è venuta ha preso subito il titolo di ll senso della vita. E' un titolo impegnativo, si può ben capire:parlare della vita. E parlarne attraverso l'esperienza di altri autori, almeno questa è stata l'idea, all'inizio: cercare di incorniciare dei momenti che potevano provocare una riflessione, in un contesto particolare come quello della televisione.

Marco Aleotti

In pratica voi avete avuto l'idea d'interrompere il flusso televisivo con dei piccoli segmenti.

Filippo Mauceri

Dei frammenti, dei segmenti, appunto. Il riferimento principale poteva essere il cinema, perché la nostra collaborazione nasce da un contesto cinematografico. Ma poi ci siamo aperti ad altro, nel senso che abbiamo anche prodotto delle cose in maniera autonoma. Un passo ulteriore è stato quello di ricuperare dei frammenti dalla stessa televisione.
La poetica del nostro format, Il senso della vita, è quella di entrare all'interno dei palinsesti, con delle immagini, con dei segmenti che possano fare riferimento a pensieri, a emozioni, comunicare un senso della vita, un punto di vista sulla vita. Suscitare una riflessione ulteriore riguardo ad argomenti che di volta in volta all' interno dei programmi sono trattati; dando una visuale particolare, laterale, del problema. Attraverso questo tentiamo in qualche modo di dire che non c'è un unico orizzonte di senso, ma l'orizzonte di senso si spezzetta di volta in volta, diventa parziale, e si arricchisce.

Marco Aleotti

Voi praticamente avete tradotto in video, come dire, un aforisma letterario, questa è l'idea. Il contesto del programma in cui erano inseriti gli esempi che vedremo, è quello di un talk-shaw .

Filippo Mauceri

Sì. Noi abbiamo avuto l'opportunità di incontrare Paolo Bonolis, attualmente il personaggio più in vista della televisione italiana, quasi più di due anni fa. In quel momento, lavorando insieme per Striscia la notizia, gli ho fatto vedere una sorta di " pilota ". Bonolis subito ha visto il significato di questa cosa, e ha voluto utilizzarla per un programma che veramente era uno show abbastanza trash, se vogliamo, su Canale 5 e quindi è stata l'occasione di collocare queste pillole di aforismi visivi all'interno di questo programma. La sua è stata un'intuizione molto interessante. Che ha voluto riproporre nel talk-shaw che lui stesso ha condotto lo scorso anno per Rai Uno, in onda la domenica pomeriggio e gli ascolti sono stati molto buoni, nonostante noi fossimo posizionati alla fine dei blocchi, diciamo, del programma vero e proprio, quindi a ridosso della fascia pubblicitaria. Nel nostro segmento abbiamo retto benissimo.

Marco Aleotti

Il primo che vediamo dove era inserito?

Filippo Mauceri

E stato inserito, nel programma dello scorso anno di Domenica in, all'interno di uno spazio dedicato all'essere mamma: cioè, questa trasmissione seguiva per 9 mesi l'evoluzione di una donna incinta, che doveva partorire. In quest'occasione Bonolis ci chiese di volare alto. Allora, tra le tante opzioni, abbiamo pensato di prendere, per questo segmento, una scena da un film che spero molti di voi abbiano visto, di un grande regista cinematografico, Adrei Tarkovsky. Il film è Nostalgia.

Marco Aleotti

Il primo effetto è di disorientamento, da parte del telespettatore, ma penso anche della gente in studio.

Michele Afferrante

Innanzitutto è un programma popolare, e questo frammento è andato intorno alle 19,40 con uno share di oltre 8 milioni di telespettatori. La provocazione, ma non soltanto questo, il di più che ti offre è che si inseriva in un contesto in cui c'era il battito cardiaco del bambino, perché subito dopo il frammento c'era l'ecografia tridimensionale del bambino che dopo qualche mese sarebbe nato. E quindi ci inserivamo all'interno di questo contesto con questo momento, che ci ha interessato, non soltanto per l' omogeneità con il tema. Perché molte volte Il senso vita era nato per staccarsi, per andare anche a contrappuntare in maniera alle volte proprio radicale quello che si stava vedendo. Qui ci interessava perché la forza e l'espressività del breve inserto di Tarkovskj, la qualità dell'immagine in quel programma popolare, poteva dare il di più. E in quel segmento, con la donna che prega di poter essere madre, c'è una stratificazione di significati, di simboli, di rimandi, non soltanto la Madonna del parto, di Piero della Francesca, ma tutto un insieme di cose: la preghiera dalla donna, il volo delle colombe, che comunicano diversi livelli di senso, al telespettatore. Ecco, quello che a noi interessava era immettere in questo flusso un momento di sospensione e di riflessione allo stesso tempo.
Un'ultima cosa: il segmento, il frammento, noi lo abbiamo definito come unità minima di senso. Distaccato anche da quello che è il corpus, in questo caso un film, mantiene una sua significanza, mantiene una sua potente forza comunicativa. Questa è l'operazione e la progettualità su cui è nato Il senso della vita.
Il prossimo frammento che vedremo, anche questo era nel medesimo talk shaw, era inserito in un discorso sulla amniocentesi. Il dibattito verteva sull'opportunità o meno di fare questo esame clinico, quindi era centrato su questa operazione. E noi,come abbiamo lavorato? Non, appunto, sullo specifico, ma su quelle che potevano essere le conseguenze. Ci siamo ricordati di un documentario di Daniele Segre che avevamo visto e siamo riusciti a trovarlo.

Filippo Mauceri

Intanto premetto che ogni segmento che mandavano in onda era preceduto di una lunga anche molto ponderata riflessione tra noi, su quello che di volta in volta dovevamo mandare in onda.
Il segmento parla da sé, mostra un incontro amoroso, diciamo, uno scambio di affettuosità fra due ragazzi " normalissimi ".

Michele Afferrante

In questo caso si è trattato di restituire una visibilità al documentario, perché fu mandato in tarda note da Rai 3, visto da pochissime persone. Restituire, certamente, in forma segmentata, un frammento che ha un senso, una qualità, una sensibilità. In questo caso specifico, lo sappiamo tutti, la amniocentesi è in modo particolare un'analisi che permette di individuare il morbo di Down. E molti, anche le statistiche parlano, individuata questa malattia genetica, decidono di abortire. Far vedere questo minuto, significava mostrare quello che una scelta avrebbe interrotto. Ovvero, questo dialogo così delicato e libero tra una ragazza e un ragazzo con sindrome di down, ha mostrato persone come noi, che hanno, appunto una sensibilità, una emotività, una sessualità,: hanno una vita. Questo è il di più che noi siamo andati a mostrare, naturalmente da una angolazione, da una prospettiva molto particolare, che ha creato anche qualche problema, con la produzione.
Alle volte queste nostre scelte non si capivano, però noi abbiamo lottato, abbiamo giustificato di volta in volta le nostre scelte e abbiamo avuto la fortuna di trovarci di fronte un personaggio come Bonolis che, appunto, comprendeva tali scelte.

Filippo Mauceri

Nel prossimo inserto video si parla invece di un elemento che è e sarà sempre più prezioso, che sarà l'oro o il petrolio dei prossimi anni: l'acqua, con i drammatici problemi connessi. Il talk show in quel caso era specificamente rivolto a questo argomento e noi abbiamo fatto una pura provocazione attraverso questo segmento.

Michele Afferrante

Anche questa è stata una scelta omologa al tema trattato, si parlava dell'acqua e si fa vedere l'acqua, ma non solo questo. A parte che si è trattato di ricuperare delle immagini mai viste: è un film di un iraniano che in Italia ha avuto circolazione solo in video cassetta. Quello che ci ha convinto , qui, sono state le immagini ( del ragazzo che scava il deserto e dell'acqua che esce ad un tratto come un fiume impetuoso) che rimandano appunto un lucore, una forza drammatica ed espressiva, in un contesto televisivo sempre più omologato. Qui ci piaceva questa figura del ragazzo, appunto, altra, dalla nostra cultura, che dialoga con la musica, con le note di Beethoven, in un finale quasi da giorno del giudizio, in lotta con un ambiente denso di aridità, di sterilità, molto simbolico, per noi fondamentale da inserire in quel momento.
Per capire il meccanismo della nostra idea dovremmo immedesimarci negli spettatori di una domenica pomeriggio che guardano un talk show tranquillo, rilassato e all'improvviso vedere questo segmento che arriva di punto in bianco: questa era l'idea della nostra provocazione.
Voglio ancora ricordare che quando abbiamo depositato il nostro format abbiamo coniato questo slogan: Il senso della vita vuole fare pubblicità alla vita.

Marco Aleotti

Per chiudere vi chiedo se avete un progetto, per il futuro.

Filippo Mauceri

Il progetto è quello ovviamente di continuare con questa forma, possiamo dire così, della frammentazione, dell' aforisma, ma c'è anche l'ambizione di riuscire ad avere uno spazio dove poter affrontare il senso della vita su temi ogni volta diversi e anche con l'intervento di personaggi significativi. Vorremo comunque sempre mantenere questo discorso della frammentarietà perché è la cosa primaria che ci interessa .

Domanda

Faccio una premessa: io lavoro nel marketing e vengo dalla sezione del giornalismo. Si è parlato dei problemi del comunicare, nel senso di riuscire a trasmettere i valori in modo che i nostri ascoltatori capiscano. Sappiamo che c'è una ricerca secondo cui il 15% degli italiani ritiene di trarre informazioni da fonti giornalistiche. Se noi ci poniamo la domanda: gli stili di vita oggi, da che cosa sono influenzati? Dalla famiglia, dalla Chiesa, dalla scuola, dai giornalisti o dalla pubblicità? credo che tutti noi condividiamo la convinzione che sono influenzati più che altro dalla pubblicità, perché parla a mio parere il linguaggio della gente.
I giornalisti, gli insegnanti, i sacerdoti no. Spesso loro dicono che quando parlano, la gente si annoia perché la gente cerca il disimpegno e non argomenti impegnativi .
Io credo che l'esempio che Afferrante e Mauceri hanno dato è proprio quello che noi dobbiamo cercare. Cioè dimostrare che i valori, se sono dati con il linguaggio di oggi, che è visivo, fatto di immagine e di sintesi, allora viene accolto. Trovo che il loro stile è geniale: oggi per essere compresi dobbiamo parlare in modo sintetico perché la nostra è una cultura mediatica fondata su simboli.
Io volevo chiedere loro se condividono il fatto che la comunicazione del futuro, ma anche quella di oggi, potrà nascere solo dall'incontro di professionalità diverse che fino ad oggi hanno lavorato separatamente, c'è chi lavora nella televisione, chi nel giornalismo chi lavora in pubblicità e così via. A me sembra che se non prendiamo questa strada non riusciamo a raggiungere il cuore della comunicazione.

Filippo Mauceri

E' molto interessante quanto dice. Lei diceva appunto di parlare alla gente nel modo in cui la gente si aspetta. Visto che la tecnologia è sempre più alla portata di tutti noi vorremmo stimolare attraverso una grande vetrina come la televisione- all'interno di un palinsesto, in una posizione strategica, avendo questa grande amplificazione -stimolare, appunto,chi ci ascolta e chi ci vede. Sappiamo benissimo che ormai ci sono telefonini , macchine fotografiche digitali. Noi, visto che parliamo con l'immagine, con l'invio di materiali registrati dalla realtà, abbiamo questo obiettivo: avere mille, cento mila, milioni di occhi pronti a cogliere aspetti della vita quotidiana e a rimandarli. Cioè, noi vorremmo aprire questa finestra. Noi in questo momento stiamo diffondendo delle cose, ma vorremmo che tutti voi poteste fare la stessa cosa, attraverso un sito internet che possa contenere questa fonte di materiali. Sarebbe poi nostra cura, in qualità di autori, selezionare, decidere cosa rimandare poi nuovamente nel piccolo grande schermo che è la televisione. Questo, per rispondere alla sua domanda.

Michele Afferrante

E' singolare questa affinità di discorso, perché nel format che ho depositato per Il senso della vita si parla proprio di pubblicità, nel senso che noi andiamo a coprire un minuto che di solito è proprio il momento del minuto pubblicitario. Insomma, c'era l'idea di comunicare in termini quasi, tra virgolette, pubblicitari. Lo dicevamo prima: Il senso della vita vuole fare pubblicità alla vita, ma rovesciando il metodo. Perché naturalmente la pubblicità, anche in maniera subliminale, comunica per poter far acquistare qualcosa, noi vogliamo proprio staccare le due cose, noi vogliamo comunicare qualcosa che la vita ci dona, ma appunto in termini di qualità dell'immagine.
Jean-Luc Godard diceva che l'immagine bella non è bella in sé, ma lo è in quanto è splendore del vero. Cosa significa? Io lo interpreto in questo modo, che ci sono immagini che, rimandate all'interno di un contesto, illuminano, danno un significato alla vita. Ecco, questa è la nostra prospettiva.
Cioè tutti sperimentiamo nella nostra dimessa quotidianità il senso della vita, alle volte guardando per la prima volta, poniamo, il volto della propria madre, perché è nella quotidianità abitudinaria che viene il momento in cui qualcosa viene in evidenza. Oppure in un qualsiasi gesto della quotidianità colta in un autobus, ovunque. Ecco, noi vorremmo recuperare proprio questo momento che ha valore in assoluto, ma ancora di più inserito all'interno di un contesto. Chi sta guardando la televisione a un certo punto vede questa goccia che espande i propri cerchi.
Una delle provocazioni che volevamo fare -non è stato possibile per ovvi motivi- è mandare quaranta, cinquanta secondi di un passaggio di nuvole, semplicemente. Questo può avere il significato di recuperare una sorte di verginità dello sguardo, recuperare qualcosa che abbiamo perduto, un' armonia che non ci appartiene più. Credo che dall'elemento minimo dallo sguardo privo di categorie, dallo sguardo puro nei confronti della realtà si giunga alla dimensione simbolica.

Filippo Mauceri

Vorremmo anche, infatti, smuovere un po' le coscienze, in qualche modo, da questo torpore televisivo che ormai ci avvolge. Ovviamente nella brevità che a noi è concessa per il momento,siamo obbligati ad ambire ad un posizionamento sempre più strategico. Ed in questo mi rifaccio ancora alla domanda di Marco. Ci sono delle prospettive che adesso non possiamo ancora dare per certe, ma evidentemente quando questo accadrà ve ne accorgerete, anche se sarà solo un minuto, perché sarà posizionato in un punto in cui non si potrà non vedere, per gli spettatori italiani , certo! Ci auguriamo che questo possa avvenire anche in altre televisioni: se mai, fatecelo sapere!

Michele Afferrante

Uno dei riferimenti culturali che ci ha orientato è stato un piccolo libro di Roland Barth "La camera chiara", che è un saggio sulla fotografia, non so quanti di voi lo abbiano letto. Lì si parla del punctum, di che cos'è il punctum della fotografia: quell' elemento marginale che noi non vediamo, ma che in qualche modo ci appartiene, e che -dice Barth- ci punge, ci ferisce, ci ghermisce. Allora, quella fotografia è e non è nostra, non ci appartiene, non è la fotografia che possiamo trovare nella nostra casa, eppure ci appartiene, perché c'è quel dettaglio che da un certo punto di vista è assoluto. Questo è un ulteriore elemento che ogni volta orienta la nostra scelta.
Un' ultima cosa: negli anni ‘50, spero che molti di voi lo conoscano, Cesare Zavattini diceva semplicemente che sperava che ogni persona potesse avere, e qui siamo alla base della grande teoria del neorealismo, potesse avere una telecamera per riprendere la vita. Detto allora era paradossale, perché comperare una cinepresa con i prezzi proibitivi di allora, era impossibile. Ma ora siamo arrivati proprio a questo, ognuno nella sua casa ha una telecamera, ha la possibilità di riprendere " la vita ". Noi in qualche modo attualizziamo quella grande aspirazione zavattiniana, che la gente faccia suo questo mezzo, che è il mezzo televisivo, e possa rimandare qualcosa di qualitativamente alto e significativo.

Ron Austin

Mi rivolgo ora a Sandra Hoggett, autrice di documentari e giornalista presso la BBC e Channel Four, intervistatrice di grande capacità.
Potresti dirci qualcosa riguardo a quali erano le tue motivazioni, quando hai cominciato a fare questo tipo di lavoro?

Sandra Hoggett

All'Università ho studiato Politica ed Economia, leggevo i giornali e mi dicevo che sarebbe stato molto bello avere un lavoro dove si viene pagati per leggere il giornale! Politicamente mi ispiravo alla Sinistra e ho pensato che la televisione era il posto dove si poteva cambiare il mondo e io volevo cambiare il mondo! Guardando indietro ai miei venticinque anni di lavoro, ricordo che ho conosciuto due persone che sono riusciti a cambiare un pochino, spero per il meglio, il loro mondo. Uno era un condannato che aveva assassinato qualcuno, però non se lo ricordava, non aveva più memoria di questo. Ho saputo che sua sorella aveva visto il documentario su di lui, in prigione e il suo lavoro con lo psicologo. Come risultato di questo film la sorella e la madre sono andati a visitarlo ed è tornata la memoria. La sua storia aveva a che fare con delle violenze che lui aveva subito. Poi è uscito si è sposato ha avuto dei figli.
L'altra persona è stato un senza tetto che desiderava riavere la sua famiglia. Una sua parente lo ha visto, nell'intervista che avevo fatto, e la famiglia si è fatta viva e lui è potuto tornare in famiglia.
Quando ho cominciato a lavorare per la televisione mi ricordo che il mio professore dell'Università mi diceva: "Che tipo di lavoro vuoi fare?" Io ho avuto una madre che mi ha trasmesso i valori dell'onestà e del rispetto per me stessa, quindi ho cercato di vivere questi valori. Molte persone che sono in televisione accettano anche di vendere se stessi, ma io ho voluto sempre e solo fare dei documentari che riguardassero le persone, se ho fatto qualcosa è di dedicarmi alle persone dei miei film. Io sono convinta che c'è un talento naturale per quanto riguarda l'abilità di parlare con le persone, ma ci sono anche delle tecniche, che si imparano, per fare questo.

Ron Austin

Come fai, in modo che le persone dicano la verità, quando le intervisti? In che modo ti rapporti con loro?

Sandra Hoggett

Avendo rispetto per le persone che sto riprendendo, cerco sempre di costruire un dialogo, all'inizio. La prima cosa che bisogna fare è persuaderli a diventare parte del documentario. Se non c'è fiducia non vale la pena neppure di cominciare
Il primo brano che mostrerò è l'intervista con Yasser Arafat. C'è voluto una settimana per convincerlo ad essere intervistato e non riuscivo neanche a comunicare con lui, ma solo con il suo numero due. Quando finalmente è arrivata l'intervista mi hanno detto che avevo quindici minuti di tempo. Poi alla fine mi hanno concesso diciotto minuti.
La prima cosa da fare è entrare in sintonia con loro. Ricordo l'intervista che mi ha fatto più paura, quella con Nadia Gordimer, premio Nobel per la letteratura. Lei è una donna che incute paura. La prima cosa che ho fatto è stata "fare i compiti ", cioè leggere tutti i suoi libri e se ti sei perso qualcosa, bisogna essere onesti e dire scusate questa cosa non la sapevo. Bisogna essere onesti con le persone e le persone saranno oneste con te. Quindi preparo le mie domande e poi preparo due o tre parole chiave e normalmente mi fermo su quelle. Quando ho fatto l'intervista a Chiara, per esempio, conoscevo gli argomenti di interesse, magari li tralasciavo per un momento,e poi tornavo indietro. Quello che faccio normalmente è ascoltare durante le risposte, questa è la cosa più importante, perché sono io che sto facendo le domande e quindi sono io poi che devo ascoltare.

Ron Austin

Come è stato intervistare Chiara Lubich?

Sandra Hoggett

Ci sono tre persone alla cui presenza mi sono molto emozionata: Nelson Mandela, l'irlandese John Hume e Chiara Lubich. Certo, con Chiara è stata un'intervista difficile, ma fantastica. La mia amica Margaret Cohen, che non è qui oggi, mi ha aiutato moltissimo nel preparare l'intervista.

Ron Austin

Hai avuto un momento per parlare con Chiara, prima d'incominciare a fare l'intervista?

Sandra Hoggett

Abbiamo individuato delle aree di interesse. Lei sapeva come far proseguire il dialogo, come continuarlo, quando era necessario. Era fantastica. E' stato come fosse lei che voleva dialogare e in un caso del genere è come aver già vinto la "battaglia " ! Ci sono stati dei momenti in cui mi è sembrato che lei stesse cercando quasi di dare una mano a me, davvero! Quando poi abbiamo parlato della visione del Paradiso lei mi ha detto che lì può esserci un posto anche per me ed io ho detto ah, si,si, grazie , sai, perché si cerca sempre di aver un posto in paradiso, no? E Chiara forse è la persona giusta per raccomandarmi!
Il primo documentario che ho fatto, nel 1988, è stato con Margaret Tatcher, era il primo ministro, allora, era un personaggio molto importante. Questo programma riguardava l'influenza da lei esercitata sul paese e sulla nostra società. Il secondo documentario che vedremo riguarda Arafat, ricordo che in quell'occasione ero molto agitata. Pensavo che questa serie di film, che riguardava i premi Nobel, sarebbe stata vista da milioni di persone e sentivo tutta la responsabilità di questo. Dovevo informare, educare e fortunatamente ho potuto consigliarmi con un grande filmaker (adesso è membro del Parlamento Europeo), che mi ha detto: "Sandra, i documentari politici migliori sono quelli dove le persone di tutte le appartenenze politiche guardando quel film, possono pensare che rappresenti il loro punto di vista".Cioè questo è il caso che mostra che nel documentario c'è stato dialogo.
Un'altra cosa importante, a proposito del dialogo, è ricordare sempre il dialogo che occorre avere con la squadra, con la squadra tecnica Ogni film che ho fatto è il risultato di un lavoro di squadra. Se non riesci a comunicare con il fonico, con il cameraman, con tutti gli altri e non spieghi bene a loro quello che vuoi fare, è difficile ottenere quello che hai in mente e lavorare diventa molto più difficile.

Domanda

Quando fai una intervista per far conoscere un personaggio, credo che la chiave sia mettersi al posto dell'altro. Vorrei sapere comunque cosa pensi, come prepari questo tipo di interviste.

Sandra Hoggert

Faccio i "compiti a casa ", leggo. Per esempio, per quella di Arafat, abbiamo una organizzazione palestinese a Londra, quindi sono andata a visitarli, mi hanno dato una biografia di Arafat. Ho anche telefonato a più persone possibile che lo conoscessero, accademici, palestinesi, ebrei, all' Università di Tel Aviv. Ed ho fatto lo stesso per Rabìn, era l'anno prima che fosse assassinato. Sono stata veramente contenta quando ho ricevuto una lettera di Simon Peres che mi ha scritto che avevo fatto un documentario bello. Un anno dopo l' assassinio di Rabin è venuta fuori questa lettera di Simon Peres! Quando si intervista un capo di stato, ci sono delle precondizioni che sono dettate da altre persone. Si, nel caso di Rabin lui valeva una lista di domande, nel caso di Nelson Mandela no.

Un intervento

Voglio fare i complimenti per il tuo lavoro per Chiara, perché è molto, molto adatto per il mio paese. E questo posso confermarlo perché nel mio studio di post produzione abbiamo fatto la traduzione e chi ha fatto l'audio non fa parte del Movimento. Era colpito che sia così semplice poter parlare di Dio e di cose profonde. Allora ti vorrei ringraziare.

Sandra Hoggett

Thank you very much.

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