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Film maker a confronto: immagini da culture in dialogo.
Cinema e televisione come strumenti di conoscenza tra gli uomini e tra i popoli
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José Maria Poirier
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Piero Coda
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Stijn Coninx
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Sunta Izzicupo
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Tristan Bauer
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Luca Bernabei

TAVOLA ROTONDA - 1° parte

condotta da José Maria Poirier

L'argomento che questa mattina ci interpella è : Immagini da culture in dialogo , con questa sottolineatura: Cinema e televisione come strumenti di conoscenza tra uomini e popoli.

Proprio il dialogo ci potrà aiutare a capire se veramente, in quale misura e quando cinema e tv sono strumenti di conoscenza tra gli uomini e tra i popoli. E stato sottolineato che la creatività e la responsabilità sembrano le categorie di base per un cinema e una tv che rispetti le persone e le convinzioni diverse, per un camino verso una cultura di pace e di fraternità. Sono parole grosse, per alcuni sono utopie. Sono però anche un traguardo che tanti sentono come una vocazione.

A questa tavola rotonda partecipano: Sunta Izzicupo, Luca Bernabei, Stijn Coninx, Tristan Bauer, Piero Coda.

Sunta Izzicupo è produttrice di film negli Stati Uniti. Anche se è giovane ha una lunga esperienza nel suo campo professionale: è stata responsabile nella produzione di 500 film. Per tredici anni ha lavorato per la CBS, quindi per venti presso la Century Fox, ed è consulente per la Walt Disney.

Luca Bernabei è responsabile della Lux Vide, una casa produttrice tra le più importanti in Italia, soprattutto di film per la tv, tra cui la serie sulla Bibbia, molto apprezzata, o il film su Giovanni XXIII, che è stato uno dei più visti, se non il più visto, alla tv italiana. Io l'ho potuto vedere in Argentina, alla TV, e anche da noi ha avuto un grandissimo successo. Bernabei è molto interessato a che le produzioni della Lux Vide esprimano, comunichino, valori umani e spiritualità.

Stijn Coninx, è molto conosciuto, oltre che naturalmente in Belgio, in molti paesi europei. Il suo film Dance , ha avuto una nomination per l'Oscar. Questo film narra le vicende di un sacerdote del secolo XIX molto impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori, specie di quelli meno tutelati. Per questo suo lavoro il re Baldovino lo ha insignito del titolo di Barone. Stijn Coninz ha vinto diversi premi ed ha presentato con successo al Festival di Francoforte il film For Children , per i bambini. Ha realizzato due commedie e cinque lungometraggi.

Tristan Bauer è un regista e documentarista molto apprezzato. Due dei suoi film hanno avuto successo, in particolare quello su Cortàzar, o,come si dice a Parigi, Cartazàr, e quello su Bòrges. Recentemente è stato premiato al festival di San Sabastian, per la post-produzione di un film sulla guerra delle Malvinas, o Falkland. Ha presentato questo film anche in Inghilterra, recentemente. Insegna cinematografia all'università.

Piero Coda, che tanti di voi conoscono, è un teologo molto quotato. Insegna presso l'Università Lateranense di Roma, è Presidente dell'Associazione Teologica Italiana e Segretario della Pontificia Accademia di Teologia. Ha pubblicato molti lavori e saggi su diversi temi teologici e collabora per temi più ampiamente culturali con scrittori di diverse ideologie e tendenze. 

Inviterei a intervenire, in primo luogo, Piero Coda.

Piero Coda

Intanto ringrazio molto di essere stato invitato a partecipare a questa tavola rotonda. Non sono un esperto in questo campo,pur avendo fatto un po' l'attore quand'ero ragazzo e qualcuno diceva - lo ricordo con un sorriso - che forse era la mia vocazione.

Ho cercato di riflettere, stimolato dal tema che costituisce il filo d'oro per questa mattinata: Immagini da culture in dialogo, e vorrei suggerire qualche provocazione. La prima cosa che mi è venuta in mente, spontaneamente, è stata una poesia che dopo l'11 settembre ha scritto Mario Luzi, il grande poeta italiano che da poco è stato nominato senatore a vita. E' un testo che, come sanno fare i poeti, mi ha dato il senso del momento che stiamo vivendo e anche il compito che in qualche modo tutti ci attende.
Dice:

"Quegli aerei che si avventavano contro le altere torri
quel volo a capofitto di vite umane contro altre vite.
La mente vacilla, l'animo è soverchiato, oppresso
Si preparano, forse sono già venuti,
tempi in cui sarà richiesto agli uomini
d' essere altri da come noi siamo stati. Come?"

Quello che mi ha colpito è che lui vede in quest'immagine delle due torri colpite a morte- una immagine che sento scritta dentro il mio cuore, senza potervela più levar via- una chiave di lettura dei drammi e delle chance del nostro tempo. In questa immagine Luzi legge infatti un appello: essere altri da come siamo stati. E si interroga su come possiamo e dobbiamo diventare altri.

Oggi, due grandi sfide interpellano l'umanità. La prima è che il nostro mondo è diventato una polveriera, per le ferite che ci straziano, per l'incomprensione del passato e del presente tra i popoli e le culture, per le ingiustizie e la miseria di tanti, di troppi. La seconda è che il nostro mondo per il grande sviluppo tecnologico, che è senz'altro una sua ricchezza, rischia continuamente di far diventare la persona umana da fine quale è, un semplice mezzo.Sono queste due sfide che ci chiamano a diventare altri.

Ma come- si chiede Luzi? Il grande filosofo dell'illuminismo,Emmanuel Kant, ha teorizzato questo imperativo etico: "Tratta il prossimo come fine, mai come mezzo." E'un principio basilare.

Ma penso che oggi non basti. Non basta più un' etica individuale, ci vuole un' etica del riconoscimento positivo dell'altro, un etica della reciprocità.

Il Concilio Vaticano II, nel documento sulla Chiesa, ne coglie questa necessità dicendo: " La persona umana che è la sola creatura che Dio in terra abbia voluta per se stessa (e che quindi ha un valore assoluto, direbbe Kant ) non si ritrova pienamente, non diventa se stessa, se non nel dono sincero di sé, nel rapporto con l'altro."

In questo contesto, quale ruolo può giocare il cinema? Non penso sia un caso se, in questo nostro mondo piagato dalle difficoltà e interpellato dalle sfide che ho detto, disponiamo di un linguaggio che nessun altro mondo precedente ha goduto: il linguaggio, appunto, dell'immagine cinematografica e televisiva. Perché proprio questo linguaggio può e deve aiutarci a "diventare altri".

Un geniale pensatore come Pavel Florenskij, morto martire in un gulag sovietico, letterato, scienziato, filosofo, scriveva a un amico artista all'inizio del 900: " Il fare, fine a se stesso, le opere, tutto ciò che non è illuminato e benedetto da autenticità di rapporti personali a me sembra del tutto inutile. Ogni opera ha un valore puramente simbolico in quanto espressione e creazione di relazioni personali. Non un contatto soltanto esteriore ma un' unità interiore. "

In altre parole, ogni "opera" umana, di qualunque genere essa sia, è un simbolo, un'immagine, fatto per creare rapporti e per esprimere rapporti. Anche il cinema è un operare simbolico e in forma del tutto peculiare. Il suo senso ultimo è quello di dare volto e voce al nostro diventare altri nel riconoscimento del valore positivo che l'altro è per noi.

Non è una cosa né scontata né facile. Ma per realizzarla non c'è bisogno che il cinema faccia dei discorsi edificanti, né assumendo solo certi soggetti, né privilegiando un certo stile. Si tratta piuttosto di dar vita, nel cinema, a un autentico operare simbolico nel senso che dice Florenskij. E' questo il suo fascino.

Per questo il cinema non è una professione ma una vocazione, non una semplice tecnica ma un'arte.

José Maria Poirier

Invito Stijn Coninx a intervenire

Stijn Coninx

Non è molto facile continuare dopo questa introduzione così straordinaria. Quando sono andato alla scuola di cinema, il primo giorno, un insegnante ha detto che tutti quelli che avevano qualcosa da dire potevano rimanere, gli altri potevano andarsene subito. Io volevo andar via, ma tutti gli altri sono rimasti quindi ho deciso di rimanere anch' io. All'interrogativo della nostra Tavola Rotonda non darei una risposta, ma esporrei alcuni pensieri che mi vengono quando faccio un film. Per anni sono stato assistente e ho guardato tanto i registi, da assistente non ho mai pensato che un giorno avrei fatto un film.

Un giorno qualcuno mi ha detto "Beh, vuoi fare un film o no ? " E il giorno dopo abbiamo incominciato a girare. Abbiamo fatto due commedie. Il senso dell'umorismo nella vita è molto importante e anche l'umorismo è un modo di comunicare.

Un'altra cosa che non dimentico mai è che un altro insegnante ha detto: " Per un buon film c'è bisogno di drammaticità. La drammaticità è conflitto". Quindi, il giorno dopo tutti gli studenti hanno scritto una storia che iniziava sempre che avevano ucciso qualcuno. Chi lo ha fatto? Chi è stato? In questo modo si crea un conflitto. Il mio film non era una commedia, durante la scrittura, ma durante la stesura della storia ho pensato: in questo momento ciò che voglio succeda sullo schermo è questo. Più tardi quando ho visto le emozioni, ho visto che hanno funzionato.

A quel punto è nato in me un problema, perché voi sapete che si può manipolare tutto, con il cinema, con la TV, e questo significa che si crea un dialogo dal proprio punto di vista, e il punto di vista significa dal punto dove si è seduti o dal punto da cui si guarda, o ciò che i tuoi occhi stanno vedendo in relazione ad una certa situazione o ad un certo soggetto. Questo vuol dire che se non capisci quel modo di comunicare nasce davvero un grosso problema.

Più tardi abbiamo parlato di educazione nelle scuole, non nelle scuole di cinematografia, nelle scuole del Belgio. Il ministro dell'Educazione mi ha chiesto quelle fosse il mio punto di vista sull'educazione. Sono rimasto molto sorpreso da questa domanda. Infatti abbiamo una nuova lingua, che è la lingua dell'immagine, noi la vediamo e pensiamo di capirla, ma quando i ragazzi sono giovani e vanno a scuola imparano che questa è una "a", questa è una "b", questa è una "c "; quindi imparano che cos'è una parola, cosa è una frase, in quel modo capiscono cos'è la comunicazione.

Invece oggi noi abbiamo una nuova lingua, ma ci sono poche persone che sanno come creare questa lingua e come funziona. Quindi da un momento all' altro nasce un problema, perché il punto di vista su un certo personaggio nasce soltanto da una immagine e quindi si creano molte incomprensioni. Ci sono molte persone che non hanno idea di come funziona, di come vengano manipolati

Come film maker, se vogliamo capirlo, abbiamo una grande responsabilità, e questo vale non solo per i film maker, ma per tutte le persone che lavorano per il cinema e la televisione. Noi sappiamo, sappiamo effettivamente ciò che noi possiamo fare, non siamo lì per caso con la video camera davanti ad un argomento. Quando sto facendo il mio lavoro se capisco che cosa è davvero questo lavoro, dobbiamo assumere questa responsabilità.

José Maria Poirier

Quanto ha detto Coninx è molto interessante, e sarà motivo magari di dialogo. Chiederei a Sunta Izzicupo, se crede, il suo intervento.

Sunta Izzicupo 

Credo di essere l'unica, qui, ad avere il titolo do produttore esecutivo, un titolo che ho ricevuto dalla CBS dove ho lavorato per tredici anni.

Negli Stati Uniti spesso il lavoro di dirigente è visto come qualcosa che inibisce il lavoro creativo, le invenzioni. Il dirigente è visto come il nemico dei registi, degli autori. Questo era il ruolo che mi era stato affidato. Prima di venire da Boston a Los Angeles, ero stata una fotografa professionista con specializzazione in prodotti artistici. Non sapevo che un dirigente non fosse creativo, non sopportasse l'immaginazione,non fosse attento alla creatività. La mia ignoranza mi è servita!

Fortunatamente ho sviluppato molti programmi considerati vincenti, da parte dell' audience. Per molto tempo, molti di questi film hanno ricevuto dei premi, sono stati ben ricevuti anche dai critici.

Io credo che la squadra di sviluppo della CBS all'epoca fosse la migliore sul mercato: cercavamo che ci fosse un messaggio positivo in ciascuna storia.

Quando ho detto ad un' amica che stavo venendo qui, lei mi ha detto: " Stai per attraversare metà del mondo. Cosa devi andare a dire? Cosa è importante abbastanza da dire?" E' una buona domanda. Ho passato più di vent'anni in questo lavoro a Hollywood e sono qui per dirvi che il nostro lavoro è qualcosa di molto difficile ed insidioso. E' come un fondale roccioso in cui navigare con coscienza e con saggezza, con una agenda personale per fare dei programmi di qualità su temi universali. In breve, col desiderio di fare una programmazioni di cui poter essere fieri.

Quando penso a posteriore al mio lavoro alla CBS mi rendo conto che ci sono così tanti fattori che intervengono nelle scelte: il fattore tempo, anzitutto. Abbiamo fatto cinquanta film all'anno! C'erano poi i pubblicitari, i parametri della FCC, la Commissione delle Comunicazioni Federali,o e anche il nostro dipartimento di standard che giudicavano le cose per quanto riguarda il gusto,. Alle volte finivamo un film e io ero sollevata che avesse qualcosa da dire sull'aspetto sociale.

Ma mano che la mia prospettiva si allargava e la coscienza della responsabilità aumentava sono quasi sorpresa che abbiamo fatto un così buon lavoro, con questi risultati. Come dirigente di Network c'erano molti padroni cui servire, tutti ugualmente importanti, ma devo dare credito al mio capo CBS e anche al mio maestro, colui che mi ha sostenuto per venti anni, che si sono fidati di me e che mi hanno aiutato a sviluppare dei concetti che erano particolari e forse non così commerciale .

La cosa più difficile per me è stata scegliere progetti di alta qualità, storie interessanti con del contenuto, anche se commerciali. Infatti alla fine del giorno la televisione deve avere successo dal punto di vista finanziario con un grande audienc e e da punto di vista creativo con grandi echi sulla stampa e sulla critica. Tutti i critici guardano il prodotto come se fosse una sinfonia, una danza, un quadro ed è molto difficile arrivare a questo livello per ogni film. Io ero sempre stata interessata alla qualità della scrittura, alla qualità della storia. Per me gli scrittori hanno tutto il mio apprezzamento e quelli bravi hanno il mio rispetto.

Credo che questi film hanno avuto così tanto o successo perché erano tutte storie che valeva la pena di essere raccontate, con personaggi che valeva la pena di guardare. Il pubblico americano è costituito soprattutto da donne che vivono in aree più rurali

Le donne non escludono storie di uomini,molte girano intorno a coinvolgimenti buoni o cattivi con uomini quindi c'erano temi come coraggio,amicizia,amore, sacrificio, anche sofferenza e il pubblico ha capito e si è identificato. Sono stata colpita da una cosa che ha detto Chiara ieri nel suo discorso, che si correla direttamente a questa idea. Diceva che Maria doveva saper perdere: quando lei è riuscita ad avere la forza di perdere Gesù e si è arresa al destino che sapeva di dover realizzare, soltanto allora con un nuovo spazio aperto nel suo cuore riusciva a dare e a ricevere. In tanti di questi film le donne soffrono grandi perdite, come hanno fatto nei tempi dei tempi,perdono i lori mariti, i loro figli, anche loro stesse, nelle circostanze della vita, ma in modo eccezionale trovano un cuore aperto e una mente aperta per sanare e per amare di nuovo.

Credo anche che il successo di questi film sia stato perché noi abbiamo sviluppato i ruoli dei personaggi maschili. Di solito l'uomo è presentato o come il cattivo oppure come il marito insignificante. Invece abbiamo preso degli attori migliori perché i ruoli erano buoni, alle donne piaceva vedere dei veri uomini che sono forti abbastanza per cambiare. Un esempio, un film sulla violenza domestica. Abbiamo avuto molte chiamate da agenzie che operano contro la violenza domestica, che credevano che noi non facessimo un buon servizio a tutte le donne; ma questo film era basato su una storia vera. Il film parla di questo abuso terribile e del viaggio del protagonista verso la sanità mentale, verso un ritorno. Un film potente. Dopo grandi critiche l'agenzia ci ha detto che loro avevano ricevuto più chiamate in quelle due settimane dopo il film che in tutta la vita della loro agenzia, le chiamate veniva da uomini che dicevano che si vedevano nel protagonista e volevano aiutare a fermare questo schema distruttivo.

La mia domanda è: come lavoriamo contro ciò che stiamo vedendo nei media?? Credo un modo sia il fatto che noi stiamo cercando di trasformare i media, incontrandoci qui, collaborando tra di noi, comunicando e condividendo le nostre esperienze individuali e cerchiamo di riportare il messaggio alle nostre comunità, alle nostre industrie in modo che, come dice Chiara, siano illuminati dall'amore.

José Maria Poirier

Grazie! Adesso la parola a Tristan Bauer.

Tristan Bauer

Dato che stiamo parlando del dialogo delle culture, vorrei parlare dell'argomento che da molto tempo mi preoccupa moltissimo. Mi riferisco al grande divario che si è aperto e che continua ad aprirsi giorno dopo giorno e sempre più, tra i paesi ricchi che sono produttori delle immagini, immagini cinematografiche e televisive e delle immagini che si possono trovare anche adesso in internet e i paesi poveri che ogni volta sempre di più si trasformano in consumatori di questi immagini e perdono la capacità di generare immagini proprie.

Io sono argentino e faccio parte di un sottocontinente meraviglioso come può esserlo l'America Latina, con paesi come il Brasile, l'Argentina, il Cile e il Messico, il Brasile, l'Uruguay, il Paraguay. Sono paesi pieni di sogni, pieni i immagini, pieni di artisti con talenti straordinari, ma che con grandi difficoltà riescono a realizzare i lori copioni e che con ancora più grande difficoltà riescono a produrre le proprie immagini, i propri film.

Nel mio caso personale, e quello dell'Argentina, stiamo vivendo un periodo molto ricco nell'ambito della produzione in Argentina. Nell'anno 2004 si produrrà un record, si raggiungerà un record della nostra storia: si saranno prodotti 64 film argentini e questo è grazie ad una legge nazionale del cinema e ad una decisione del governo dopo molte lotte anche tra i vari settori del cinema, perché si consideri la cinematografia come una parte della cultura e che i fondi pubblici possano aiutare e appoggiare questa realtà. Il costo di una super produzione nordamericana o di Hollywood per esempio corrisponde al costo delle produzioni di 5 o 10 anni di tutta la produzione dell'America Latina. Un solo film americano degli Stati Uniti rappresenta tutti i sogni tutti le immagini di 5, 10 anni di quelli di un continente.

E ancora più grave è l'argomento della distribuzione: sono un professore universitario e molte spesso mi piace andare nelle scuole di Buenos Aires, o di Cordoba o nelle nostre varie province e lì dialogare con i nostri giovani. Facciamo gruppi di cinquanta, sessanta ragazzi e chiedo sempre durante questi gruppi che cosa hanno guardato, che cosa sono andati a vedere al cinema, che cosa hanno visto alla televisione. Di questi ragazzi i film che hanno visto sono film di Hollywood, film americani. A volte in modo eccezionale due o tre magari alzano la mano e dicono che hanno visto un film argentino,due o tre dicono che hanno visto un film europeo, ma nessuno alza la mano e dice che ha visto un film del Brasile, un film prodotto dal Messico o un film della Colombia, o un film del Cile. Cioè nei nostri paesi Latino Americani non riusciamo a scambiarci le produzioni, cosa che richiederebbe il dialogo culturale cinematografico, perché queste culture non si conoscono ed è certo che il cinema africano non esiste da noi. Se vediamo per esempio una produzione, ed questo è un caso eccezionale, di Michael Moore, che ha guadagnato 120 milioni di dollari, questo significa che ha guadagnato tutti i soldi guadagnati da tutte le produzioni dell'America Latina, da quando la camera di cinema incominciò a girar nel nostro continente.

Vengo da un paese che non si distingue dagli altri pesi latinoamericani, dove la parola esclusione è sempre più usata, dove il 20% della popolazione, e stiamo parlando di molti milioni de persone, si trova sotto la linea di povertà, o si trova dentro la linea che marca la povertà totale. Immagino che un mondo migliore è possibile.

Sono sicuro che la responsabilità di questa storia di povertà dipenda da tutti noi. Immagino un mondo dove l'immagine dell' Africa, quest'immagine che può apparire nel clip, come abbiamo già visto ieri, non so se c'è qui la produttrice ma veramente è stato commovente vedere il pianeta sullo schermo, non sia necessario andare all' estero per vedere il mondo. Così che gli stessi Africani possano promuovere e produrre i propri film. Viviamo in un mondo della televisione, che vuol far sì che tutti siano consumatori e questo è devastante. Conosciamo culture nella storia dell'umanità che avevano come rito contemplare la Luna, per esempio. e perfino alcune che avevano il rituale di contemplare la luce del Sole. Ma non c'è mai stato, come esiste oggi nella nostra umanità, una quantità di così tanti milioni di persone che passano così tante ore a contemplare quella luce artificiale della televisione e a trasformarsi in spettatori quasi ipnotizzati da questa luce.

Non voglio fare differenze fra gli Stati Uniti e l'America Latina. Credo che tocca a tutti noi lavorare contro la diversità e credo che quando queste immagini che abbiamo visto scorreranno per gli schermi del mondo, questo mondo che immaginiamo molto migliore diventerà veramente un mondo migliore.

José Maria Poirier

Grazie Tristan Bauer. Adesso chiedo a Luca Bernabei di chiudere questo primo giro di interventi.

Luca Bernabei

Buongiorno a tutti e grazie per avermi dato l' opportunità di condividere questo sabato insieme a voi, per parlare di un tema così importante. Lavoro in una società di produzione di fiction per la televisione, che è nata circa dodici anni fa dal mio padre, che per quindici anni è stato direttore generale della RAI, l'ente di stato italiano che produce televisione. Nasce come risposta di un cattolico impegnato a quelli che dicevano "la tua televisione era meglio ." Così, invece di andare in pensione, a settant'anni ha fatto questa società, ha fondato questa società. Questa società ha prodotto tante cose, tra qui appunto il ciclo della Bibbia, più di 20 film. Un esempio raro di co-produzione tra l'Europa e l'America, una co-produzione reale, probabilmente possibile dato il tema così importante come la Bibbia.

Naturalmente dopo la Bibbia abbiamo fatto tante cose, tante produzioni, sia storie di santi, sia storie più laiche, la storia di Soraya; abbiamo appena finito di girare la storia di Meucci, l'italiano che inventò il telefono. Io voglio dire una cosa, m'interessa analizzare chiaramente un tema: i figli della luce hanno perso la capacità d'influenzare i mezzi di comunicazione. Noi siamo figli del più grande comunicatore della storia, Gesù Cristo, siamo figli di quella tradizione che ha permesso alla Chiesa per 2000 anni di raccontare alla gente le storie di vita, attraverso pitture, sculture, dove si faceva comunicazione. Le persone semplici entravano nelle chiese e guardavano una volta affrescata. Adesso la gente accende la televisione quando torna a casa, ma non è più una volta affrescata, perché c'è molta gente che fa questo mestiere non pensando a chi sta da l'altra parte. Non hanno tradizione, non hanno cultura, non pensano che ci sarà un bambino che guarderà questa cosa, che ci sarà una moglie, una madre, un padre stanchi che berranno quell'acqua, che è acqua sporca, acqua inquinata.

Quello che noi cerchiamo di fare alla Lux è tirare su della gente che possa parlare a tutti noi, ma sapendo quello che dice, pensando che io debbo fare una fiction e devo interessare, intrattenere, divertire,educare, però deve anche lasciare un messaggio nel cuore della gente, esattamente il discorso che faceva Sunta prima. Ed io conosco Sunta, è vero, ha fatto così. Ma come facciamo se non abbiamo la gente come Sunta, la gente come mio padre che mi ha insegnato che quando io racconto una storia, non debbo pensare solamente a fare audience , quello è semplice, lo fanno anche gli imbecilli del Grande fratello. E' semplice sparare contro il Grande fratello, però voglio dire: dobbiamo entrare nel cuore della gente, ma dobbiamo sapere come farlo e che cosa raccontare.

Con Saverio d'Ercole, che è responsabile editoriale della Lux Vide, ci interroghiamo ogni giorno su quello che andiamo a dire alla gente. Allora noi dobbiamo riappropriarci di questo mondo della comunicazione. E dobbiamo farlo, non, come dire?, lamentandoci, ma dobbiamo farlo essendo bravi, essendo sul mercato, quindi dobbiamo fare delle società, dobbiamo avere delle idee, che siano delle idee commerciali, perché l'errore è pensare che le buone idee, quelle che hanno un pensiero dietro, non debbano stare sul mercato. Le idee se sono buone stanno sul mercato e producono anche un utile. Perché io m'impegno verso i miei azionisti, il mio impegno è dare loro degli utili.

Altrimenti sarei una mosca bianca, uno che vuol dire delle cose, ma a chi parlo, se le mie fiction non fanno milioni di spettatori? Non me la fanno fare. Dobbiamo avere delle idee che siano fatte bene per le televisioni: così me le comperano, perché se realizzo male le mie idee le televisione non me la comperano, e hanno ragione, non me le devono comperare perché sono cattolico. Allora, scopo finale: quello che faccio io è aiutare la gente a ritrovare serenità, pace, speranza. Questo è quello che noi cerchiamo di fare ogni giorno alla Lux. Cerchiamo di formare nuovi sceneggiatori, non è importante che siano cattolici, è importante che abbiano della spiritualità dietro, che abbiano un pensiero dietro a quello che fanno. Sceneggiatori, registi, story-editor , quelli che si occupano di dialogare con sceneggiatori e registi.

Però oltre al lavoro che faccio io, una funzione importantissima l'hanno gli spettatori. Chi è spettatore ha il diritto di chiedere una televisione migliore. Quelli che fanno la televisione, sono sensibili a questo, perché quando ricevono gli e-mail, dopo che sono andate in onda le trasmissioni, questo impressiona. Quindi, noi dobbiamo non avere paura di fare network, di fare rete. Quello che sanno fare benissimo i figli delle tenebre, sanno fare molto bene network. Non dobbiamo avere paura di fare network per influenzare le reti, per influenzare i produttori. Dobbiamo essere un voce, ma non che bisbiglia, noi dobbiamo poter gridare, perché noi siamo figli di quello che grida nei nostri cuoi, la parola di Cristo che grida nei nostri cuori. Bene, pretendiamo una televisione migliore per noi e per i nostri figli. E' un nostro diritto, ed è un mio dovere farla e io rispondo, veramente, davanti al Padre Eterno, di quello che faccio. Noi dobbiamo tornare ad avere una voce importante in campo.

José Maria Poirier

Il contributo vostro è fondamentale, mi sembra che questa tavola rotonda è molto ricca. Intanto perché ci sono presenze diverse, dall'America all'Europa, dall'America Latina, al Belgio e all' l'Italia. Allora, Piero Coda ha citato il grande poeta Luzi, nel senso che noi non posiamo essere come siamo stati fino adesso e poi ha parlato di arte più che di tecnica, di vocazione più che di mestiere. Coninx mi sembra ha messo in rilievo due argomenti bellissimi, quello della drammaticità e quello dell'umorismo, dove gl'inglesi sono maestri; e ha parlato dell'importanza di capire il linguaggio delle immagini. Sunta Izzicupo ha sottolineato di dover scegliere progetti di qualità ed allo stesso tempo di successo finanziario, cosa ripresa anche da Luca Bernabei. Poi Tristan Bauer ha fatto un altro approccio, quello lacerante che viene da tantissimi paesi del mondo, dall'America Latina, dall'Africa, il così detto terzo mondo ed anche il quarto, che vede sempre di più crescere il divario tra i paesi ricchi e i paesi poveri con delle conseguenze, tramite la distribuzione, di una mancanza crescente di conoscenze tra gli stessi popoli. Ma chiudeva anche nella speranza di un mondo migliore che è possibile e sottolineava la responsabilità di tutti. E per ultimo, Luca Bernabei si chiedeva come mai i figli della luce abbiano perso questa tradizione di Gesù comunicatore e questa lunga tradizione della Chiesa che, tramite la pittura, la musica, l'arte in generale è stata un referente nel senso della comunicazione. E che dobbiamo domandarci ogni giorno cosa dire alla gente, capire che davanti alla tv c'è una persona,e bisogna aiutarla a ritrovare la pace, la serenità nel vivere.

Stijn Coninx

Vorrei aggiungere qualcosa. Credo che ciò che abbiamo detto sono tutte cose diverse, ma c'è un collegamento fra tutte. Prima abbiamo detto che il film è lo specchio della società, ma spesso anche la società è lo specchio del film che vede. Perché crediamo che ciò che noi vediamo in televisione, sia la vita reale e la copiamo. Questo diventa un nuovo valore, ma non è un valore, e questo è il problema, un grosso problema. E poi pensiamo che la qualità e la scelta del soggetto siano molto importanti. Questo significa che le due cose debbono sempre andare insieme. Dopo le mie prime due commedie ho iniziato la storia di un prete. Tutti hanno detto: " Adesso stai diventando intelligente, adesso avrai un soggetto molto serio e forse puoi fare un vero film, ma sai già che non funzionerà ,perché non è un soggetto che interessa alla gente". Fortunatamente è stato il contrario, quel film è diventato il film di maggior successo, quindi è possibile mettere insieme le due cose, ma non è facile, c'è bisogno di soldi, c'è bisogno di gente che si fida di te, e che vuole investire in tematiche che si ispirano ai valori dell'uomo: quindi si crea una condivisi0one tra di noi in queste scelte ed è ciò che ci unisce.

Piero Coda

Un tema presente in vari interventi, e che merita d'essere approfondito, è quello del linguaggio. Il linguaggio dell'immagine e della parola, ad esempio, tocca qualcosa di profondo e sostanziale nel cinema - come giustamente sottolinea Bernabei. La difficoltà che sperimentiamo nel farne un uso bello e autentico, Coninx la chiama "responsabilità ": Responsabilità di chi conosce il linguaggio del cinema, e lo deve usare affinché esso esprima ciò ch'è chiamato ad esprimere.

Oggi, sperimentiamo tutti la difficoltà a raccontare la persona umana e, da un punto di vista religioso, a raccontare Dio. E' come se avessimo smarrito la capacità di usare il linguaggio. Per questo non comunichiamo o comunichiamo poco. So bene anch'io quanto possiamo "parlare" di cose che vorremmo trasmettere, senza invece comunicare niente. Perché usiamo delle parole - o delle immagini - svuotate del loro significato. Vorremmo ridar loro vita, ma non sappiamo come farlo! E' un dramma che sento nella mia carne, come teologo. Bernabei diceva: "Gesù è il più grande comunicatore, perché allora noi non riusciamo a comunicare?".

È questo l'interrogativo che deve piagare il nostro cuore. Anche Gesù, a un certo punto, sulla croce, non è più riuscito a comunicare. Egli - come dice Chiara Lubich e per questo motivo, penso, ce Lo indica come il comunicatore per eccellenza - ha sperimentato il blocco, il buio della comunicazione e ha gridato: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". È quello che stiamo vivendo anche noi.

Bisogna fare come lui: assumere sino in fondo quest'incapacità di comunicare. Per superare l' impasse , dobbiamo entrare insieme in questo buco nero, facendolo nostro per amore, condividendolo, perché da quest'assunzione scaturisca un soffio nuovo di vita, e cioè l'ispirazione di un linguaggio capace di comunicare ciò che tutti cercano, senza riuscire a dargli parola e immagine. Solo così possiamo captare ed esprimere ciò che l'umanità oggi chiede, urlando a gran voce o tacendo perché ammutolita. È il tema del nostro Congresso: "Silenzio, parola, luce ". È un passaggio spirituale e culturale - decisivo! - che insieme dobbiamo attraversare.

Stijn Coninx

Una cosa soltanto. Ci sono nella storia, abbiamo visto, che non c'è soltanto un Gesù, e anche questo è un problema e bisogna rispettare i diversi Gesù del mondo, E' ciò che io voglio dire quando parlo di punto di vista di persone diverse. Pertanto se vogliamo un dialogo, credo che sia importante rispettare la spiritualità delle altre persone e cercare di comprenderla. Dopo, se li si mette insieme in una famiglia, ci si accorge del fatto che tutti devono mangiare, che tutti devono dormire, che tutti devono bere, e vestirsi, questo è l'altro tipo di domanda.

Sunta Izzicupo

A proposito di ciò che stava dicendo Piero Coda, credo che la struttura per ciò che state cercando, è già attiva, il modo di raccontare storie, di raccontare favole è anticha e fa parte delle nostre fibre ormai. Noi guardiamo alle storie per scoprire la nostra natura, per andare oltre i nostri istinti di base e ciò che è nelle favole è già dentro di noi, e noi già guardiamo a questo bagaglio comune per immettervi un messaggio nel messaggio. Credo che Coda sta dicendo che è il messaggio che deve essere cambiato, ma fortunatamente per noi, per tutte le persone, la struttura del racconto è già esistente. E', credo, come un sistema di credenze, noi crediamo in queste storie, vogliamo crederci. Le vogliamo sentire molte volte, ci riassicurano. Io credo che come risultato di questo bagaglio comune è come una forma di risanamento, una chiusura delle ferite.

Luca Bernabei

Chiara Lubich, nel suo intervento di ieri ha detto, parlando dei comunicatori, che " i comunicatori possiederanno la sapienza indispensabile a chi deva amplificare notizie, avvenimenti, senza distorcere la realtà. Saranno di buon consiglio, avranno il dono del discernimento per comunicare quello solo che merita" Soprattutto in un momento come questo attuale, dove il flusso della comunicazione è imponente e tumultuoso, è interessante la preoccupazione per chi fa questo mestiere a tutti i livelli. La preoccupazione di Chiara. Perché in qualche maniera in ognuno di noi che fa questo mestiere è più semplice, per chi ha dietro un pensiero di tradizione religiosa, avere il senso dell' altro, perché nella nostra cultura c'è il rispetto dell' altro. Ci siamo nati, cresciuti ci siamo vissuti e siamo stati educati a questo. In altre culture no. Allora è in questo dove noi possiamo veramente a tornare ad essere grandi comunicatori, perché nell'amore dell'altro è il senso profondo della comunicazione.

Leggevo questa mattina sul giornale che hanno espulso uno di questi ragazzi che era nella trasmissione de "Il Grande Fratello", perché ha bestemmiato. Ma il problema non è tanto la bestemmia, mi ha colpito molto di più, non tanto che avessero cacciato questo, mi ha colpito molto di più che tutti gli altri che stavano dentro questa casa, in questo specie di recinto, piangevano, erano disperati Ho acceso la televisione ed ho incominciato a vedere questi che piangevano disperati: che cosa sarà successo di così grave, mi sono chiesto. Quindi hanno attratto anche me, naturalmente, e poi ho scoperto che piangevano perché avevano cacciato questo ragazzo. Questo è poi, alla fine, il senso delle cose.

Comunque una cosa che vorrei dire rispetto a quello che diceva Bauer: io sono, e così dirò una cosa un po' provocatoria, sono totalmente contrario al cinema d'autore. Il cinema, la televisione bisogna farli per farli vedere. Che vuol dire "faccio un cinema per andare al festival "? Bisogna farli per farli vedere da tutti quanti, da più persone possibili. Quindi, io detesto il cinema d' autore perché normalmente mi annoia mortalmente. Chiaramente io sono uno che deve riempire la televisione, tra uno spazio pubblicitario e l'altro perché purtroppo questo facciamo. La televisione è fatta per metterci li spots, , quindi mi debbo preoccupare di fare vedere questa cosa, sia quello che faccio io, sia il commercia,l da più persone possibili. Però io comunque ritengo che chi fa comunicazione deve farla per i grandi numeri.

José Maria Poirier

Questo è un tema di discussione, e lo riprenderemo dopo, perché penso sia molto interessante e tocca la piaga del rapporto difficilissimo tra tv e cinema. C'è un grande saggista inglese che dice che "chi vede troppa tv non capisce le immagine cinematografiche". Gli inglesi sempre parlano per paradosi, da Bernard Shaw in avanti, pero c'è qualcosa di vero.

Si può parlare tanto del linguaggio delle immagini, però mi sembra molto giusto, far vedere qualche breve immagine dei registi presenti., anche perché è questa la loro opera, questo è il loro linguaggio.

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