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José Maria Poirier

Il contributo vostro è fondamentale, mi sembra che questa tavola rotonda è molto ricca. Intanto perché ci sono presenze diverse, dall'America all'Europa, dall'America Latina, al Belgio e all' l'Italia. Allora, Piero Coda ha citato il grande poeta Luzi, nel senso che noi non posiamo essere come siamo stati fino adesso e poi ha parlato di arte più che di tecnica, di vocazione più che di mestiere. Coninx mi sembra ha messo in rilievo due argomenti bellissimi, quello della drammaticità e quello dell'umorismo, dove gl'inglesi sono maestri; e ha parlato dell'importanza di capire il linguaggio delle immagini. Sunta Izzicupo ha sottolineato di dover scegliere progetti di qualità ed allo stesso tempo di successo finanziario, cosa ripresa anche da Luca Bernabei. Poi Tristan Bauer ha fatto un altro approccio, quello lacerante che viene da tantissimi paesi del mondo, dall'America Latina, dall'Africa, il così detto terzo mondo ed anche il quarto, che vede sempre di più crescere il divario tra i paesi ricchi e i paesi poveri con delle conseguenze, tramite la distribuzione, di una mancanza crescente di conoscenze tra gli stessi popoli. Ma chiudeva anche nella speranza di un mondo migliore che è possibile e sottolineava la responsabilità di tutti. E per ultimo, Luca Bernabei si chiedeva come mai i figli della luce abbiano perso questa tradizione di Gesù comunicatore e questa lunga tradizione della Chiesa che, tramite la pittura, la musica, l'arte in generale è stata un referente nel senso della comunicazione. E che dobbiamo domandarci ogni giorno cosa dire alla gente, capire che davanti alla tv c'è una persona,e bisogna aiutarla a ritrovare la pace, la serenità nel vivere.

Stijn Coninx

Vorrei aggiungere qualcosa. Credo che ciò che abbiamo detto sono tutte cose diverse, ma c'è un collegamento fra tutte. Prima abbiamo detto che il film è lo specchio della società, ma spesso anche la società è lo specchio del film che vede. Perché crediamo che ciò che noi vediamo in televisione, sia la vita reale e la copiamo. Questo diventa un nuovo valore, ma non è un valore, e questo è il problema, un grosso problema. E poi pensiamo che la qualità e la scelta del soggetto siano molto importanti. Questo significa che le due cose debbono sempre andare insieme. Dopo le mie prime due commedie ho iniziato la storia di un prete. Tutti hanno detto: " Adesso stai diventando intelligente, adesso avrai un soggetto molto serio e forse puoi fare un vero film, ma sai già che non funzionerà ,perché non è un soggetto che interessa alla gente". Fortunatamente è stato il contrario, quel film è diventato il film di maggior successo, quindi è possibile mettere insieme le due cose, ma non è facile, c'è bisogno di soldi, c'è bisogno di gente che si fida di te, e che vuole investire in tematiche che si ispirano ai valori dell'uomo: quindi si crea una condivisi0one tra di noi in queste scelte ed è ciò che ci unisce.

Piero Coda

Un tema presente in vari interventi, e che merita d'essere approfondito, è quello del linguaggio. Il linguaggio dell'immagine e della parola, ad esempio, tocca qualcosa di profondo e sostanziale nel cinema - come giustamente sottolinea Bernabei. La difficoltà che sperimentiamo nel farne un uso bello e autentico, Coninx la chiama "responsabilità ": Responsabilità di chi conosce il linguaggio del cinema, e lo deve usare affinché esso esprima ciò ch'è chiamato ad esprimere.

Oggi, sperimentiamo tutti la difficoltà a raccontare la persona umana e, da un punto di vista religioso, a raccontare Dio. E' come se avessimo smarrito la capacità di usare il linguaggio. Per questo non comunichiamo o comunichiamo poco. So bene anch'io quanto possiamo "parlare" di cose che vorremmo trasmettere, senza invece comunicare niente. Perché usiamo delle parole - o delle immagini - svuotate del loro significato. Vorremmo ridar loro vita, ma non sappiamo come farlo! E' un dramma che sento nella mia carne, come teologo. Bernabei diceva: "Gesù è il più grande comunicatore, perché allora noi non riusciamo a comunicare?".

È questo l'interrogativo che deve piagare il nostro cuore. Anche Gesù, a un certo punto, sulla croce, non è più riuscito a comunicare. Egli - come dice Chiara Lubich e per questo motivo, penso, ce Lo indica come il comunicatore per eccellenza - ha sperimentato il blocco, il buio della comunicazione e ha gridato: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". È quello che stiamo vivendo anche noi.

Bisogna fare come lui: assumere sino in fondo quest'incapacità di comunicare. Per superare l' impasse , dobbiamo entrare insieme in questo buco nero, facendolo nostro per amore, condividendolo, perché da quest'assunzione scaturisca un soffio nuovo di vita, e cioè l'ispirazione di un linguaggio capace di comunicare ciò che tutti cercano, senza riuscire a dargli parola e immagine. Solo così possiamo captare ed esprimere ciò che l'umanità oggi chiede, urlando a gran voce o tacendo perché ammutolita. È il tema del nostro Congresso: "Silenzio, parola, luce ". È un passaggio spirituale e culturale - decisivo! - che insieme dobbiamo attraversare.

Stijn Coninx

Una cosa soltanto. Ci sono nella storia, abbiamo visto, che non c'è soltanto un Gesù, e anche questo è un problema e bisogna rispettare i diversi Gesù del mondo, E' ciò che io voglio dire quando parlo di punto di vista di persone diverse. Pertanto se vogliamo un dialogo, credo che sia importante rispettare la spiritualità delle altre persone e cercare di comprenderla. Dopo, se li si mette insieme in una famiglia, ci si accorge del fatto che tutti devono mangiare, che tutti devono dormire, che tutti devono bere, e vestirsi, questo è l'altro tipo di domanda.

Sunta Izzicupo

A proposito di ciò che stava dicendo Piero Coda, credo che la struttura per ciò che state cercando, è già attiva, il modo di raccontare storie, di raccontare favole è anticha e fa parte delle nostre fibre ormai. Noi guardiamo alle storie per scoprire la nostra natura, per andare oltre i nostri istinti di base e ciò che è nelle favole è già dentro di noi, e noi già guardiamo a questo bagaglio comune per immettervi un messaggio nel messaggio. Credo che Coda sta dicendo che è il messaggio che deve essere cambiato, ma fortunatamente per noi, per tutte le persone, la struttura del racconto è già esistente. E', credo, come un sistema di credenze, noi crediamo in queste storie, vogliamo crederci. Le vogliamo sentire molte volte, ci riassicurano. Io credo che come risultato di questo bagaglio comune è come una forma di risanamento, una chiusura delle ferite.

Luca Bernabei

Chiara Lubich, nel suo intervento di ieri ha detto, parlando dei comunicatori, che " i comunicatori possiederanno la sapienza indispensabile a chi deva amplificare notizie, avvenimenti, senza distorcere la realtà. Saranno di buon consiglio, avranno il dono del discernimento per comunicare quello solo che merita" Soprattutto in un momento come questo attuale, dove il flusso della comunicazione è imponente e tumultuoso, è interessante la preoccupazione per chi fa questo mestiere a tutti i livelli. La preoccupazione di Chiara. Perché in qualche maniera in ognuno di noi che fa questo mestiere è più semplice, per chi ha dietro un pensiero di tradizione religiosa, avere il senso dell' altro, perché nella nostra cultura c'è il rispetto dell' altro. Ci siamo nati, cresciuti ci siamo vissuti e siamo stati educati a questo. In altre culture no. Allora è in questo dove noi possiamo veramente a tornare ad essere grandi comunicatori, perché nell'amore dell'altro è il senso profondo della comunicazione.

Leggevo questa mattina sul giornale che hanno espulso uno di questi ragazzi che era nella trasmissione de "Il Grande Fratello", perché ha bestemmiato. Ma il problema non è tanto la bestemmia, mi ha colpito molto di più, non tanto che avessero cacciato questo, mi ha colpito molto di più che tutti gli altri che stavano dentro questa casa, in questo specie di recinto, piangevano, erano disperati Ho acceso la televisione ed ho incominciato a vedere questi che piangevano disperati: che cosa sarà successo di così grave, mi sono chiesto. Quindi hanno attratto anche me, naturalmente, e poi ho scoperto che piangevano perché avevano cacciato questo ragazzo. Questo è poi, alla fine, il senso delle cose.

Comunque una cosa che vorrei dire rispetto a quello che diceva Bauer: io sono, e così dirò una cosa un po' provocatoria, sono totalmente contrario al cinema d'autore. Il cinema, la televisione bisogna farli per farli vedere. Che vuol dire "faccio un cinema per andare al festival "? Bisogna farli per farli vedere da tutti quanti, da più persone possibili. Quindi, io detesto il cinema d' autore perché normalmente mi annoia mortalmente. Chiaramente io sono uno che deve riempire la televisione, tra uno spazio pubblicitario e l'altro perché purtroppo questo facciamo. La televisione è fatta per metterci li spots, , quindi mi debbo preoccupare di fare vedere questa cosa, sia quello che faccio io, sia il commercia,l da più persone possibili. Però io comunque ritengo che chi fa comunicazione deve farla per i grandi numeri.

José Maria Poirier

Questo è un tema di discussione, e lo riprenderemo dopo, perché penso sia molto interessante e tocca la piaga del rapporto difficilissimo tra tv e cinema. C'è un grande saggista inglese che dice che "chi vede troppa tv non capisce le immagine cinematografiche". Gli inglesi sempre parlano per paradosi, da Bernard Shaw in avanti, pero c'è qualcosa di vero.

Si può parlare tanto del linguaggio delle immagini, però mi sembra molto giusto, far vedere qualche breve immagine dei registi presenti., anche perché è questa la loro opera, questo è il loro linguaggio.

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