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José Maria Poirier

Grazie! Adesso la parola a Tristan Bauer.

Tristan Bauer

Dato che stiamo parlando del dialogo delle culture, vorrei parlare dell'argomento che da molto tempo mi preoccupa moltissimo. Mi riferisco al grande divario che si è aperto e che continua ad aprirsi giorno dopo giorno e sempre più, tra i paesi ricchi che sono produttori delle immagini, immagini cinematografiche e televisive e delle immagini che si possono trovare anche adesso in internet e i paesi poveri che ogni volta sempre di più si trasformano in consumatori di questi immagini e perdono la capacità di generare immagini proprie.

Io sono argentino e faccio parte di un sottocontinente meraviglioso come può esserlo l'America Latina, con paesi come il Brasile, l'Argentina, il Cile e il Messico, il Brasile, l'Uruguay, il Paraguay. Sono paesi pieni di sogni, pieni i immagini, pieni di artisti con talenti straordinari, ma che con grandi difficoltà riescono a realizzare i lori copioni e che con ancora più grande difficoltà riescono a produrre le proprie immagini, i propri film.

Nel mio caso personale, e quello dell'Argentina, stiamo vivendo un periodo molto ricco nell'ambito della produzione in Argentina. Nell'anno 2004 si produrrà un record, si raggiungerà un record della nostra storia: si saranno prodotti 64 film argentini e questo è grazie ad una legge nazionale del cinema e ad una decisione del governo dopo molte lotte anche tra i vari settori del cinema, perché si consideri la cinematografia come una parte della cultura e che i fondi pubblici possano aiutare e appoggiare questa realtà. Il costo di una super produzione nordamericana o di Hollywood per esempio corrisponde al costo delle produzioni di 5 o 10 anni di tutta la produzione dell'America Latina. Un solo film americano degli Stati Uniti rappresenta tutti i sogni tutti le immagini di 5, 10 anni di quelli di un continente.

E ancora più grave è l'argomento della distribuzione: sono un professore universitario e molte spesso mi piace andare nelle scuole di Buenos Aires, o di Cordoba o nelle nostre varie province e lì dialogare con i nostri giovani. Facciamo gruppi di cinquanta, sessanta ragazzi e chiedo sempre durante questi gruppi che cosa hanno guardato, che cosa sono andati a vedere al cinema, che cosa hanno visto alla televisione. Di questi ragazzi i film che hanno visto sono film di Hollywood, film americani. A volte in modo eccezionale due o tre magari alzano la mano e dicono che hanno visto un film argentino,due o tre dicono che hanno visto un film europeo, ma nessuno alza la mano e dice che ha visto un film del Brasile, un film prodotto dal Messico o un film della Colombia, o un film del Cile. Cioè nei nostri paesi Latino Americani non riusciamo a scambiarci le produzioni, cosa che richiederebbe il dialogo culturale cinematografico, perché queste culture non si conoscono ed è certo che il cinema africano non esiste da noi. Se vediamo per esempio una produzione, ed questo è un caso eccezionale, di Michael Moore, che ha guadagnato 120 milioni di dollari, questo significa che ha guadagnato tutti i soldi guadagnati da tutte le produzioni dell'America Latina, da quando la camera di cinema incominciò a girar nel nostro continente.

Vengo da un paese che non si distingue dagli altri pesi latinoamericani, dove la parola esclusione è sempre più usata, dove il 20% della popolazione, e stiamo parlando di molti milioni de persone, si trova sotto la linea di povertà, o si trova dentro la linea che marca la povertà totale. Immagino che un mondo migliore è possibile.

Sono sicuro che la responsabilità di questa storia di povertà dipenda da tutti noi. Immagino un mondo dove l'immagine dell' Africa, quest'immagine che può apparire nel clip, come abbiamo già visto ieri, non so se c'è qui la produttrice ma veramente è stato commovente vedere il pianeta sullo schermo, non sia necessario andare all' estero per vedere il mondo. Così che gli stessi Africani possano promuovere e produrre i propri film. Viviamo in un mondo della televisione, che vuol far sì che tutti siano consumatori e questo è devastante. Conosciamo culture nella storia dell'umanità che avevano come rito contemplare la Luna, per esempio. e perfino alcune che avevano il rituale di contemplare la luce del Sole. Ma non c'è mai stato, come esiste oggi nella nostra umanità, una quantità di così tanti milioni di persone che passano così tante ore a contemplare quella luce artificiale della televisione e a trasformarsi in spettatori quasi ipnotizzati da questa luce.

Non voglio fare differenze fra gli Stati Uniti e l'America Latina. Credo che tocca a tutti noi lavorare contro la diversità e credo che quando queste immagini che abbiamo visto scorreranno per gli schermi del mondo, questo mondo che immaginiamo molto migliore diventerà veramente un mondo migliore.

José Maria Poirier

Grazie Tristan Bauer. Adesso chiedo a Luca Bernabei di chiudere questo primo giro di interventi.

Luca Bernabei

Buongiorno a tutti e grazie per avermi dato l' opportunità di condividere questo sabato insieme a voi, per parlare di un tema così importante. Lavoro in una società di produzione di fiction per la televisione, che è nata circa dodici anni fa dal mio padre, che per quindici anni è stato direttore generale della RAI, l'ente di stato italiano che produce televisione. Nasce come risposta di un cattolico impegnato a quelli che dicevano "la tua televisione era meglio ." Così, invece di andare in pensione, a settant'anni ha fatto questa società, ha fondato questa società. Questa società ha prodotto tante cose, tra qui appunto il ciclo della Bibbia, più di 20 film. Un esempio raro di co-produzione tra l'Europa e l'America, una co-produzione reale, probabilmente possibile dato il tema così importante come la Bibbia.

Naturalmente dopo la Bibbia abbiamo fatto tante cose, tante produzioni, sia storie di santi, sia storie più laiche, la storia di Soraya; abbiamo appena finito di girare la storia di Meucci, l'italiano che inventò il telefono. Io voglio dire una cosa, m'interessa analizzare chiaramente un tema: i figli della luce hanno perso la capacità d'influenzare i mezzi di comunicazione. Noi siamo figli del più grande comunicatore della storia, Gesù Cristo, siamo figli di quella tradizione che ha permesso alla Chiesa per 2000 anni di raccontare alla gente le storie di vita, attraverso pitture, sculture, dove si faceva comunicazione. Le persone semplici entravano nelle chiese e guardavano una volta affrescata. Adesso la gente accende la televisione quando torna a casa, ma non è più una volta affrescata, perché c'è molta gente che fa questo mestiere non pensando a chi sta da l'altra parte. Non hanno tradizione, non hanno cultura, non pensano che ci sarà un bambino che guarderà questa cosa, che ci sarà una moglie, una madre, un padre stanchi che berranno quell'acqua, che è acqua sporca, acqua inquinata.

Quello che noi cerchiamo di fare alla Lux è tirare su della gente che possa parlare a tutti noi, ma sapendo quello che dice, pensando che io debbo fare una fiction e devo interessare, intrattenere, divertire,educare, però deve anche lasciare un messaggio nel cuore della gente, esattamente il discorso che faceva Sunta prima. Ed io conosco Sunta, è vero, ha fatto così. Ma come facciamo se non abbiamo la gente come Sunta, la gente come mio padre che mi ha insegnato che quando io racconto una storia, non debbo pensare solamente a fare audience , quello è semplice, lo fanno anche gli imbecilli del Grande fratello. E' semplice sparare contro il Grande fratello, però voglio dire: dobbiamo entrare nel cuore della gente, ma dobbiamo sapere come farlo e che cosa raccontare.

Con Saverio d'Ercole, che è responsabile editoriale della Lux Vide, ci interroghiamo ogni giorno su quello che andiamo a dire alla gente. Allora noi dobbiamo riappropriarci di questo mondo della comunicazione. E dobbiamo farlo, non, come dire?, lamentandoci, ma dobbiamo farlo essendo bravi, essendo sul mercato, quindi dobbiamo fare delle società, dobbiamo avere delle idee, che siano delle idee commerciali, perché l'errore è pensare che le buone idee, quelle che hanno un pensiero dietro, non debbano stare sul mercato. Le idee se sono buone stanno sul mercato e producono anche un utile. Perché io m'impegno verso i miei azionisti, il mio impegno è dare loro degli utili.

Altrimenti sarei una mosca bianca, uno che vuol dire delle cose, ma a chi parlo, se le mie fiction non fanno milioni di spettatori? Non me la fanno fare. Dobbiamo avere delle idee che siano fatte bene per le televisioni: così me le comperano, perché se realizzo male le mie idee le televisione non me la comperano, e hanno ragione, non me le devono comperare perché sono cattolico. Allora, scopo finale: quello che faccio io è aiutare la gente a ritrovare serenità, pace, speranza. Questo è quello che noi cerchiamo di fare ogni giorno alla Lux. Cerchiamo di formare nuovi sceneggiatori, non è importante che siano cattolici, è importante che abbiano della spiritualità dietro, che abbiano un pensiero dietro a quello che fanno. Sceneggiatori, registi, story-editor , quelli che si occupano di dialogare con sceneggiatori e registi.

Però oltre al lavoro che faccio io, una funzione importantissima l'hanno gli spettatori. Chi è spettatore ha il diritto di chiedere una televisione migliore. Quelli che fanno la televisione, sono sensibili a questo, perché quando ricevono gli e-mail, dopo che sono andate in onda le trasmissioni, questo impressiona. Quindi, noi dobbiamo non avere paura di fare network, di fare rete. Quello che sanno fare benissimo i figli delle tenebre, sanno fare molto bene network. Non dobbiamo avere paura di fare network per influenzare le reti, per influenzare i produttori. Dobbiamo essere un voce, ma non che bisbiglia, noi dobbiamo poter gridare, perché noi siamo figli di quello che grida nei nostri cuoi, la parola di Cristo che grida nei nostri cuori. Bene, pretendiamo una televisione migliore per noi e per i nostri figli. E' un nostro diritto, ed è un mio dovere farla e io rispondo, veramente, davanti al Padre Eterno, di quello che faccio. Noi dobbiamo tornare ad avere una voce importante in campo.

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