logo NetOne - media and a united world

NetOne

media and a united world


Piero Coda

Intanto ringrazio molto di essere stato invitato a partecipare a questa tavola rotonda. Non sono un esperto in questo campo,pur avendo fatto un po' l'attore quand'ero ragazzo e qualcuno diceva - lo ricordo con un sorriso - che forse era la mia vocazione.

Ho cercato di riflettere, stimolato dal tema che costituisce il filo d'oro per questa mattinata: Immagini da culture in dialogo, e vorrei suggerire qualche provocazione. La prima cosa che mi è venuta in mente, spontaneamente, è stata una poesia che dopo l'11 settembre ha scritto Mario Luzi, il grande poeta italiano che da poco è stato nominato senatore a vita. E' un testo che, come sanno fare i poeti, mi ha dato il senso del momento che stiamo vivendo e anche il compito che in qualche modo tutti ci attende.
Dice:

"Quegli aerei che si avventavano contro le altere torri
quel volo a capofitto di vite umane contro altre vite.
La mente vacilla, l'animo è soverchiato, oppresso
Si preparano, forse sono già venuti,
tempi in cui sarà richiesto agli uomini
d' essere altri da come noi siamo stati. Come?"

Quello che mi ha colpito è che lui vede in quest'immagine delle due torri colpite a morte- una immagine che sento scritta dentro il mio cuore, senza potervela più levar via- una chiave di lettura dei drammi e delle chance del nostro tempo. In questa immagine Luzi legge infatti un appello: essere altri da come siamo stati. E si interroga su come possiamo e dobbiamo diventare altri.

Oggi, due grandi sfide interpellano l'umanità. La prima è che il nostro mondo è diventato una polveriera, per le ferite che ci straziano, per l'incomprensione del passato e del presente tra i popoli e le culture, per le ingiustizie e la miseria di tanti, di troppi. La seconda è che il nostro mondo per il grande sviluppo tecnologico, che è senz'altro una sua ricchezza, rischia continuamente di far diventare la persona umana da fine quale è, un semplice mezzo.Sono queste due sfide che ci chiamano a diventare altri.

Ma come- si chiede Luzi? Il grande filosofo dell'illuminismo,Emmanuel Kant, ha teorizzato questo imperativo etico: "Tratta il prossimo come fine, mai come mezzo." E'un principio basilare.

Ma penso che oggi non basti. Non basta più un' etica individuale, ci vuole un' etica del riconoscimento positivo dell'altro, un etica della reciprocità.

Il Concilio Vaticano II, nel documento sulla Chiesa, ne coglie questa necessità dicendo: " La persona umana che è la sola creatura che Dio in terra abbia voluta per se stessa (e che quindi ha un valore assoluto, direbbe Kant ) non si ritrova pienamente, non diventa se stessa, se non nel dono sincero di sé, nel rapporto con l'altro."

In questo contesto, quale ruolo può giocare il cinema? Non penso sia un caso se, in questo nostro mondo piagato dalle difficoltà e interpellato dalle sfide che ho detto, disponiamo di un linguaggio che nessun altro mondo precedente ha goduto: il linguaggio, appunto, dell'immagine cinematografica e televisiva. Perché proprio questo linguaggio può e deve aiutarci a "diventare altri".

Un geniale pensatore come Pavel Florenskij, morto martire in un gulag sovietico, letterato, scienziato, filosofo, scriveva a un amico artista all'inizio del 900: " Il fare, fine a se stesso, le opere, tutto ciò che non è illuminato e benedetto da autenticità di rapporti personali a me sembra del tutto inutile. Ogni opera ha un valore puramente simbolico in quanto espressione e creazione di relazioni personali. Non un contatto soltanto esteriore ma un' unità interiore. "

In altre parole, ogni "opera" umana, di qualunque genere essa sia, è un simbolo, un'immagine, fatto per creare rapporti e per esprimere rapporti. Anche il cinema è un operare simbolico e in forma del tutto peculiare. Il suo senso ultimo è quello di dare volto e voce al nostro diventare altri nel riconoscimento del valore positivo che l'altro è per noi.

Non è una cosa né scontata né facile. Ma per realizzarla non c'è bisogno che il cinema faccia dei discorsi edificanti, né assumendo solo certi soggetti, né privilegiando un certo stile. Si tratta piuttosto di dar vita, nel cinema, a un autentico operare simbolico nel senso che dice Florenskij. E' questo il suo fascino.

Per questo il cinema non è una professione ma una vocazione, non una semplice tecnica ma un'arte.

José Maria Poirier

Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire l’esplorazione sicura ed efficiente del sito. Chiudendo questo banner, o continuando la navigazione, accetti le nostre modalità per l’uso dei cookie. Nella pagina dell’informativa estesa sono indicate le modalità per negare l’installazione di qualunque cookie.