apertura-paolocPaolo Crepaz

Medico e giornalista sportivo.

Un benvenuto a tutti i 650 partecipanti al congresso, provenienti da tutti e cinque i continenti!

Vorremmo anzitutto rivolgere un saluto particolare alle personalità che sono qui presenti, del mondo della politica, della comunicazione e del mondo dell’Università. Un grazie a ciascuno per aver voluto essere qui con noi.
La presenza a questo congresso non è qualificata solamente per la ricchezza delle provenienze geografiche: sono presenti fra noi praticamente ogni professionalità nel campo delle comunicazioni sociali. La presenza più consistente è senz’altro quella dei giornalisti della carta stampata, della radio e della televisione, delle agenzie di stampa, dei diversi settori delle pubbliche relazioni o della comunicazione aziendale.... Ma molti sono anche gli operatori con altre professionalità: produttori del cinema e della televisione, operatori nel sempre più vasto settore di Internet e dei new media, ma non mancano fotografi ecc.

I recettori, la fondamentale e numericamente più consistente realtà del mondo della comunicazione, sono qui rappresentati da alcuni qualificati responsabili di associazioni di recettori. È evidente che la loro presenza permea, anima, sostanzia tutti gli ambiti del nostro lavoro professionale. Non a caso proprio il numero della rivista "Città Nuova", che avete trovato nella cartellina, dedica il suo speciale al tema "TV e minori". Troveremo certamente in futuro un’occasione per un dialogo sul ruolo e la realtà dei recettori.

La realtà dei media è sotto i nostri occhi quotidianamente: le enormi potenzialità aperte dall’accelerato sviluppo tecnologico dei media si scontra con rischi sempre più grandi ed incontrollabili di perdita del controllo dei poteri,... potremmo continuare a lungo su questo tema, ma ci fermiamo. Perché?
Perché, come avrete visto dal programma, abbiamo fatto una scelta: abbiamo scelto di non concedere troppo spazio all’analisi delle problematiche.... Siamo ben coscienti di queste, ci muoviamo in esse, siamo immersi in esse....
In questi giorni ci affideremo alla lezione della vita, più che a quella delle elaborazioni teoriche: molti dei presenti ci faranno entrare nel loro vissuto quotidiano, a volte affascinante, a volte problematico o persino drammatico. A segnare il percorso del congresso sarà senz’altro l’intervento di Chiara Lubich che sentiremo tra breve: sulla sua linea abbiamo l’ardito proposito di tentare di ricavare da esperienze vissute, piccole e grandi, quotidiane o occasionali, possibili percorsi di elaborazione culturale, obiettivi comuni che possono guidare il nostro lavoro e condivisibili con chi lavora al nostro fianco.

Forse ci sono tante impostazioni fra noi, tanti valori diversi a cui ciascuno cerca di rifarsi, ma vogliamo pensare che lavorare per un mondo più unito può essere il comune denominatore condiviso dai presenti; vogliamo provare a capire, in questi due giorni, se esistono e quali sono, quei semi comuni che muovono il nostro lavoro, quelle tracce di percorso comune che legano nel nostro quotidiano comunicazione ed unità.

Come avrete visto dal programma, abbiamo voluto provare a sezionare in tre sessioni il nostro approccio al tema "comunicazione e unità". Ci teniamo a sottolineare questo "e" che abbiamo tenuto nei titoli, ad indicare una ricerca di sintesi fra termini spesso ritenuti in forte antagonismo fra loro. Così nella prima sessione, approfondiremo il tema comunicazione e unità rispetto a "relazioni e condizionamenti", entrando in particolare nella realtà dei rapporti dentro la comunicazione, rapporti fra operatori, fra giornalisti in una redazione, per fare un esempio; rapporti con l’editore, rapporti con il fotografato, o l’intervistato, o le persone filmate; rapporti con il pubblico, con i recettori. Domattina apriremo i lavori del congresso con l’intervento di Sergio Zavoli, giornalista di fama internazionale, che molti di voi conoscono, già presidente della RAI, la radiotelevisione italiana, che ci aiuterà a leggere il tema di Chiara nella prospettiva della comunicazione oggi. La seconda sessione, sempre domattina, "comunicazione e unità: le persone" ruoterà attorno al tema "valori e audience", ovvero quella dinamica su cui si muove la ricerca della verità dei fatti, della valorizzazione della persona umana e della sua potenzialità sociale, accanto agli indici di ascolto e di gradimento di un prodotto.
La terza sessione si aprirà sulle prospettive, quelle fornite dai nuovi media, ma anche quelle nella direzione del mondo unito, il tutto in rapporto con le dinamiche della globalizzazione.
Vorremmo poi concludere con alcuni concrete proposte per restare legati e per continuare a lavorare insieme ai progetti che nasceranno in questo congresso. Domenica mattina, come sapete, si celebra nell’Aula Paolo VI, in Vaticano, il Giubileo dei Giornalisti, con una celebrazione eucaristica ed una udienza alle 12.15 con il Santo Padre. Molti di noi saranno presenti a questo appuntamento.

A questo punto pensiamo sia evidente a tutti che la ricchezza e la varietà delle lingue, dodici, delle razze, delle culture presenti, accanto alla diversa e specifica qualificazione professionale, non rappresenteranno soltanto un arcobaleno geografico e professionale, ma ci permetteranno di cogliere, da un confine all’altro della terra quella matrice comune ed insieme la bellezza della particolarità, l’unità accanto alla distinzione.

 
Proprio per incominciare a conoscerci abbiamo chiesto di venire qui sul palco ad alcuni dei partecipanti del congresso. Alcuni li abbiamo incontrati ieri sera all’arrivo qui, altri sono arrivati stamattina....


Brevi interviste

inter-lauracLaura Carbonari, Argentina, conduttrice del telegiornale nazionale, giornalista, conduce e produce un programma sui temi della donna e della famiglia.

· Laura, qual è oggi la tua situazione di lavoro?

Laura: Prima di tutto voglio salutare tutti e dire loro che sono felice di essere qui. Sono 15 anni che lavoro come giornalista e la mia formazione è nel campo della filosofia e della comunicazione sociale. Lavoro a Mendoza, sono sposata, ho tre figli e la mia scelta per i mezzi di comunicazione nacque proprio da questa voglia di trovare la verità e trasmetterla. Io sono qui, in realtà, per due cose: la prima perché stiamo vivendo un momento particolarmente critico nelle comunicazioni sociali dove lavoriamo; sembra che la legge del mercato sia l’unica legge che esiste. Ti dà soldi, ti fa pubblicare, ti fa fare un programma. Se non ci sono soldi il programma non si può fare e la notizia non può essere pubblicata. Per questa situazione la domanda che io porto con me al congresso è: può esistere una via d’uscita a questa situazione che stiamo vivendo noi giornalisti in tutto il mondo? Nel 1998 Chiara è venuta in Argentina fra i giornalisti e abbiamo intuito una nuova chance: sono qui per sapere quello che Chiara ha oggi da dire a noi dei mezzi di comunicazione.
 
inter-pierodPiero Damosso, giornalista televisivo, vice caporedattore della redazione cronaca, società e ambiente del TG1, il principale telegiornale della rete televisiva nazionale italiana.
· Piero: cronaca, società e ambiente, come dire la redazione più grande e per certi versi più invasiva nella vita del telespettatore. È così, Piero?

Piero: Si, perché gli argomenti che trattiamo sono quelli della cronaca nera, della cronaca giudiziaria, le questioni dell’immigrazione, dell’ambiente, della sanità, della bioetica, della scuola, della famiglia… Tutte queste questioni sono campi delicati dove entrano direttamente in gioco valori e disvalori e attraverso cui si promuovono e si bocciano più o meno implicitamente, veri e propri modelli e stili di vita. E’ quindi una grande opportunità, ma anche una responsabilità enorme che ci costringe tutti i giorni ad un grande sforzo per selezionare i fatti e rappresentarli in un telegiornale che deve tener conto sempre di più di tempi velocissimi di produzione, di una concorrenza durissima, di leggi di mercato legati all’audience, degli equilibri politici e degli interessi dei poteri forti dell’economia e della finanza. Di fronte alla quantità crescente di notizie e di avvenimenti nel mondo (un solo esempio: sulle agenzie che ci arrivano nelle redazioni dei telegiornali durante la giornata, spesso le notizie escono al ritmo anche di 5,6 al minuto) nei telegiornali alla fine c’è spazio solo per una ventina di notizie, di fatti, al massimo. E questo significa la necessità di dover scegliere e la battaglia è innanzitutto sulla selezione, la selezione dei fatti da raccontare e da proporre al pubblico e ai pubblici che ci seguono. La tentazione è quella di scegliere quello che garantisce l’audience sicura, facile, che vuol dire spesso appiattirsi sul profilo accattivante del pettegolezzo di palazzo, della spettacolarizzazione del dolore, della esasperazione della polemica e dei conflitti, dei contenuti più effimeri della cronaca rosa. Io vorrei soltanto citare tre esempi: è accaduto che nei telegiornali siano stati riportati voci raccolte tra la gente o anche tra leader politici, voci che praticamente incitavano a buttare a mare gli extracomunitari che arrivano in Italia e sbarcano in Puglia o sulle coste calabresi. Un altro argomento: in questi giorni si è raccontato della polemica sulla sfilata degli omosessuali a Roma e c’è stata una rete televisiva privata che ha mandato in onda delle interviste e c’erano persone che dicevano "io li brucerei tutti...". Un altro esempio ancora: quando si racconta un omicidio e si va con il microfono dai famigliari delle vittime e c’è qualche famigliare che chiaramente pietrificato dal dolore ha la tentazione di dire "io l’ammazzerei". Ecco, i mezzi di comunicazione, qui, ci appaiono per quello che possono diventare: possono essere strumenti del bene o del male; possono essere strumenti che ci aiutano a ricostruire i rapporti tra le persone, l’unità tra le persone, oppure possono essere strumenti che alla fine amplificano gli odi, le violenze. La sfida bella e terribile che tutti i giorni ci accompagna è questa.


· Piero, tu hai presentato il Supercongresso Gen3, ne hai fatto la conduzione per la televisione e oggi sei qui. Che cosa ti aspetti da questo congresso?

Piero: Io mi aspetto un aiuto a vivere il cristianesimo in una realtà così tremenda. Per fare un’informazione che sia davvero per l’uomo, per lo sviluppo integrale della persona che vive in una comunità, ci vuole una conversione personale e oggi è più che mai necessaria per me un’inversione di rotta nella mentalità. Io ho ascoltato recentemente Chiara Lubich in Campidoglio a Roma, in occasione della cittadinanza onoraria, e ho avvertito la novità di una proposta che può farci vivere in un modo diverso la nostra professione. Amare per primi, amare tutti, amare i colleghi cercando di superare le competizioni, le calunnie; amare le persone di cui do notizia evitando le lapidazioni pubbliche; amare i telespettatori offrendo un prodotto che non faccia male alla loro anima, anzi che possibilmente faccia bene. Allora il telegiornale può diventare anche un’occasione unica per raggiungere moltissimi e persino per fare opere di misericordia; entrare nelle case e negli ospedali, visitare gli ammalati, entrare nelle carceri, visitare i carcerati; consolare gli afflitti; fare compagnia alle persone sole; accogliere gli stranieri.... Allora il cristianesimo in questo modo entrerebbe nel telegiornale non solo perché si garantisce la diretta del Papa e nemmeno perché si dà conto anche del punto di vista dei cattolici, giusto apponendolo a tutti gli altri punti di vista. Allora l’amore del Vangelo sarebbe incarnato, più vissuto all’interno di una professione e quindi più incisivo per noi stessi e forse anche per quelli che ci seguono.
 
inter-hectorlTorniamo in Argentina, a Buenos Aires, per conoscere Hector Lorenzo, giornalista, speakerradiofonico e televisivo.
· Hector, ci dici qualcosa del tuo lavoro oggi?

Hector: Si. Da più di 25 anni lavoro come speaker nella radio e nella televisione, facendo ogni tipo di programma di generale informazione e commenti sulla cultura argentina e nel mondo. Ho lavorato anche per agenzie di notizie; forse uno dei lavori più interessanti è stato lavorare per molti anni in una agenzia giornalistica del nord America che trasmetteva per Argentina, Uruguay, Cile con i mezzi di stampa di questi paesi. Questo lavoro ha occupato molto tempo. Mi ha conquistato il cuore veramente seguire Giovanni Paolo II in molti continenti, lavorando per la radio, giornali e agenzie informative. Sono ritornato in Argentina nel ’79 e ho incominciato a tenere conferenze su questi viaggi a gruppi universitari, parrocchie e praticamente in quasi tutte le province argentine, comprese le comunità indigene, che per la prima volta conoscevano Giovanni Paolo II, e anche persone asiatiche, africane, per poter trasmettere quello che il Papa dice e fa nel mondo, la sua spiritualità.


· E oggi sei qui con noi. Che cosa ti aspetti da questo congresso?

Hector: Io mi aspetto che questa felicità di trovarci tutti insieme cresca e che cresca in una fraternità più profonda per camminare insieme in questo cammino verso l’unità e che, quando ritorneremo alle nostre città, dove lavoriamo, davanti ad uno schermo o microfono o una camera, sentiamo, pensiamo con profondissima convinzione che tutti quelli che siamo qui stanno con ciascuno di noi lì dove lavoriamo con una presenza dello spirito che ci unisce per lavorare per un mondo unito.


inter-bootsar Attraversiamo il Pacifico e andiamo nelle Filippine, a Manila. Boots Anson Roa è una famosa attrice di cinema e di televisione del suo paese. Ha recitato, tra l’altro, in più di una decina di film con Joseph Estrada, famoso attore, ora presidente delle Filippine. Boots è membro della commissione media e comunicazione dell’UNESCO. Attualmente è presidente della ABC, la terza rete televisiva per ordine di importanza nelle Filippine.
· Boots, un lavoro di tanti in prima linea nei media, è così?

Boots: Mille grazie, Paolo. Vi saluto tutti, auguro una buona mattinata a tutti voi. Sono stata molto onorata di lavorare con tutti i media nelle Filippine. Lavoro da 30 anni in questo campo: ho cominciato all’età di 2 anni – ho 52 anni – ho quattro figli e sei nipotini e sono molto fiera di tutti loro. Sono anche molto lieta di essere filippina e vi chiedo di fare un applauso a tutti i filippini che sono qui in sala.
Come ho detto prima, io lavoro da 30 anni, ho cominciato quando ero ancora all’università, ho incontrato mio marito in una presentazione alla Tv e lui è qui con me e tutti e due abbiamo scritto, abbiamo prodotto film e adesso ho il privilegio di avere la terza stazione di tutto il paese; è come una corporazione privata, però appartiene al governo delle Filippine, il governo non ci dà soldi, ma noi dobbiamo rendere conto al governo. Però facciamo anche dei programmi di pubblicità e con queste entrate andiamo avanti. Noi occupiamo tanti spazi, siamo persone che possono essere buttati da ogni parte, però siamo come pesci nell’acqua, nel senso che possiamo sopravvivere dappertutto. Dio lavora in modi misteriosi. La domanda sul perché sono qui.... Io devo dire che non ho mai sperato di essere qui. Io sono amica del focolare e quando ho incontrato il focolare ho chiesto loro di lavorare nella nostra stazione televisiva, di portare valori cristiani. La mia speranza è in questa stazione televisiva: noi abbiamo mille culture, abbiamo tante lingue diverse, però crediamo fortemente che il linguaggio universale, quello dell’amore, della pace, dell’unità debba aiutarci a promuovere quello che Chiara ha fondato attraverso il focolare… Ancora tanti auguri a tutti voi.
 
inter-edwardrTorniamo in America, negli USA, per conoscere Edward Roy. Ed vive a New York, ha percorso le tappe di una carriera nel campo della televisione: ha cominciato come cameraman, poi come regista e ora come produttore televisivo.

Roy: Buon giorno. Io ho lavorato nella televisione per la produzione film per 9 anni e una delle ragioni per cui io ho deciso di far parte di questo gruppo e di questo lavoro, è perché volevo avere una influenza sulla vita delle persone e anche su come guardiamo il mondo e su come ci guardiamo noi.
La mia prima occasione di lavoro in televisione è stata la cura spirituale ai moribondi. Quando ho sentito che questo era il tema, ho pensato che sarebbe stata una grande occasione per influenzare le persone che sono in fin di vita a vivere questo momento con più positività. Quello che non sospettavo è che anch’io sarei stato invogliato a essere un produttore di film. Durante la produzione io lavoravo come cameraman e mentre viaggiavamo abbiamo trascorso molto tempo in ospizi per moribondi. In questo tempo, i nostri primi contatti negli ospedali sono stati molto cauti perché non sapevamo cosa avremmo trovato. Ma abbiamo visto che quasi tutte le persone erano aperte alla televisione e disponibili a raccontare la loro vita.
Mi ricordo in particolare di un giovane che aveva l’AIDS e la nostra impressione era che non voleva essere disturbato e quindi siamo rimasti un pó distanti da lui. Ma dopo alcuni giorni abbiamo visto che sua madre venire da noi e dirci che il ragazzo voleva esserci nel nostro documentario. Era molto debole e non poteva quasi più parlare, però siamo riusciti a stare con lui per 30 minuti e abbiamo filmato la interazione fra lui e la madre e i due fratelli. Io ero molto commosso nel vedere quanto rispetto avevano per questo giovane che stava morendo e l’amore incondizionato che hanno espresso per lui. Più tardi, prima di partire, avevo la possibilità di passare nella sua stanza e ho pensato che potevo salutarlo. Durante la ripresa non sapevo cosa dire… gli ho detto: grazie per aver partecipato.... Poi lui mi ha dato la sua mano...e mi è venuta l’idea di chiedergli di pregare per me. Ho esitato per un momento perché non sapevo quale era la sua fede. Ma dopo io ho ascoltato la voce di Dio dentro di me Ho chiesto a questo ragazzo di pregare per me; lui mi ha chiesto di ripetere la domanda. Allora io ho pensato che forse non credeva in Dio, però gli ho rifatto di nuovo la domanda: per favore, prega per me. Allora i suoi occhi si sono riempiti di lacrime, ha fatto un grande sorriso e ha detto di si. Alcuni giorni dopo, quando siamo partiti, la mamma ci ha chiamati e ci ha detto che il suo ragazzo era morto. Ci ha detto che gli ultimi giorni con suo figlio erano stati molto speciali perché prima che noi arrivassimo era stato molto depresso, ma attraverso questo nuovo contatto ha avuto una nuova gioia e questo è stato un dono importante per tutta la famiglia.
Ho anche incontrato un altro signore che stava morendo di cancro. Ho incominciato a conversare con lui e ho visto che era solo. Doveva esserci anche la sua famiglia quando ho fatto l’intervista, ma lui era da solo. Alla fine ci siamo scambiati gli indirizzi. Si chiamava Charlie. Nei mesi successivi abbiamo avuto una corrispondenza e ci siamo anche telefonati. Anche lui è morto, ma se io guardo il documentario e vedo la sua faccia mi rendo conto che sono stato un po’ famiglia per lui e lui lo è stato per me.
Dopo questa esperienza e dopo altre ancora, ho fatto una nuova scoperta: come produttore di film, ho visto che l’influenza che posso avere sulla vita delle persone non è quando il film va in onda, ma prima, quando viene fatto. Ho scoperto questo rapporto d’amore che costruisco con i miei colleghi, con quelli che ho davanti nella camera e questo ha la stessa importanza del risultato finale del film. Ho visto che il progetto non finisce mai.


inter-silviagSilvia Gambardella, Stati Uniti, New York, vive e lavora a Los Angeles. Silvia è per la prima volta ad un incontro internazionale del Movimento dei Focolari.
· Silvia, che cosa ti aspetti da questo incontro, perché sei qui?

Silvia: Grazie! É un onore per me essere qui. Quando Paolo mi ha chiesto ieri di parlare, sono rimasta molto sorpresa perché non me lo aspettavo e mi sono chiesta che cosa avrei detto. Io sono amica del focolare, lo sto scoprendo, conoscendo e allora mi sono detta che il mio intervento non poteva essere un dono per voi perché io ho lavorato nella televisione commerciale per 25 anni, ho cominciato quando avevo un anno… Stamattina a colazione ero sorpresa perché ci sono tante cose che abbiamo in comune; io lavoro per varie stazioni televisive e negli ultimi anni sono diventata indipendente e faccio documentari per tante stazioni e ho fatto per i carcerati e per i condannati a morte. Quello che io ho capito, parlando anche con tanti di voi, è che abbiamo tante cose in comune. E io mi aspetto tanto da questo congresso. Voglio rimanere in contatto, voglio che ci sosteniamo a vicenda.... Posso essere d’accordo sul fatto che abbiamo una professione molto dura: in America dobbiamo essere molto oggettivi nelle nostre storie, nelle nostre presentazioni...la religione è un tabù e non se ne parla…si devono fare delle domande, fare un’intervista a qualcuno che ha perso una persona cara.... Però i nostri superiori sentono che questa è una domanda molto importante...dobbiamo capire le emozioni… quello è importante per l’audience. E questo aiuta a fare soldi. Non è come nelle Filippine. Vedo che voi fate dei programmi con dei budget molto bassi; io ho visitato prigioni, ho visitato persone che sono davanti alla morte e per me è un onore farli parlare nei nostri programmi.


inter-marinitanMarinita Neves, Brasile, Recife, Stato del Pernanbuco. Sapete che qui sono presenti molti studenti della comunicazione: Marinita è docente di giornalismo all’Università, dove, in particolare, insegna televisione.
· Marinita, perché sei qui?

Marinita: Io sono qua perché spero di vedere una strada in questo incontro per scuotere il mondo della comunicazione. Per me sarà un passo in avanti, sarà anche importante lo scambio fra noi come professionisti. Quando ho incominciato a vivere la spiritualità la mia vita è cambiata e credo che cambia la vita a tutti quelli che entrano in questa avventura: ha cambiato la politica, ha cambiato l’economia e spero che questo incontro possa fare vedere una strada per rivoluzionare la comunicazione. Non è poco, vero?
 
inter-marcoaRitorniamo in Italia. Marco Aleotti, regista televisivo, cura la regia del più importante tolk show che tratta temi di politica, di attualità in Italia, è regista per la televisione italiana dei grandi eventi ed in particolare dei grandi eventi che riguardano il Santo Padre. In particolare abbiamo seguito, marco, il tuo lavoro con Ermanno Olmi nella regia della trasmissione di apertura della porta santa.
· Marco, è stato un avvenimento importante per te?

Marco: Si. Forse quella è una cosa interessante da raccontare perché con Ermanno, per quella trasmissione che è una trasmissione sicuramente importante, si incontravano due mondi: quello del cinema – perché Olmi è un direttore di film – e la televisione, perché appunto noi dovevamo fare un avvenimento in diretta di più di tre ore. Quindi è stato molto interessante dal mio punto di vista, perché sono due mondi che praticamente non hanno nulla in comune – chi di voi appartiene al cinema o alla televisione lo sa benissimo – è stato molto interessante perché si sono creati dei momenti anche di frizione e ad un certo punto si è scelto, fra di noi, di costruire un rapporto. Io ho fatto questa esperienza - che penso sia interessante, sicuramente non la dimenticherò più -: noi normalmente mettiamo al primo posto del nostro lavoro il prodotto, perché è quello sul quale ci confrontiamo, quello che tutti vedranno, quindi a volte siamo costretti, per il prodotto, a passare sopra la testa di tante persone. Questo non è giusto. Quindi ho fatto l’esperienza che si può fare un buon prodotto e allo stesso tempo avere un rapporto importante, profondo con i propri collaboratori.


inter-florentgAdesso concludiamo con l’Africa. E’ qui con noi Florent Gimagesa
· Io penso che a nome di tutti ci viene spontaneo fargli una domanda Florent, che cosa significa comunicazione per la cultura africana?

Florent: Grazie, Paolo. Ringrazio chi ha organizzato questa grande riunione a livello internazionale. Sono contento di parlare dell’Africa qui davanti a voi, per dare qualche linea della cultura africana sui mezzi di comunicazione. Alla domanda che Paolo mi pone rispondo: al di là di tutti i mezzi di comunicazione attuali, moderni, l’Africa tradizionale ha comunicato con mezzi differenti che la natura gli offriva e ha comunicato nella cultura africana, con le tribù vicine e all'interno della società, utilizzando differenti mezzi di comunicazione, ma quello che domina in Africa è la tradizione orale. Il messaggio si passa – o si passava – da una persona all’altra, per via orale. E non solamente questo, perché al di là della voce umana, che abbiamo utilizzato per la comunicazione, l’uomo ha utilizzato il mezzo che la natura gli donava. Ha utilizzato – si utilizza ancora – in Africa, per comunicare con i vicini, con altri villaggi, nel giro di 100 chilometri, vari mezzi di comunicazione come il corno, si soffia e il suono che parte arriva fino al recettore, trasmette un segnale e si sente che c’è qualcosa che arriva e allora si corre verso il centro, in un altro luogo.... Se ha utilizzato il tam tam.... Io ho portato qui il tam tam e voglio dare due suoni per trasmettere un messaggio e so che è un messaggio limitato. Nella cultura africana ha un significato molto ricco questo messaggio e a questo livello vi do due tipi di messaggio attraverso il tam tam che ho qui davanti a me. Il primo messaggio è un messaggio di gioia, di danza, per esprimere la gioia di vivere insieme (esegue un brano ai tamburi).
Il secondo è un messaggio d’urgenza: bisogna agire subito(esegue un brano ai tamburi).


Ringraziamo tutti e ciascuno. Vorremmo terminare questa breve, ma ricca panoramica di presentazione di alcuni dei 700 presenti, con un filmato, realizzato dalla Sylvester Production, una azienda di produzione televisiva belga, i cui promotori sono presenti in sala e che conosceremo in questi giorni. Essi hanno realizzato per il congresso un breve spot sulla comunicazione oggi, sulla "comunicazione" come risorsa presente in ciascuno e sulle potenzialità di dialogo che la tecnologia può moltiplicare all’infinito. Sarà un pò la sigla che ci accompagnerà in questo congresso: vediamolo insieme.
(spot)


Chiara Lubich sarà tra breve qui con noi. Chi è qui, anche per la prima volta, non ha probabilmente bisogno di conoscere un profilo di Chiara. Altrettanto sono noti a tutti, forse, gli sviluppi che il Movimento ha avuto negli ultimi anni in campo sociale, accanto a quelli già noti nel campo del dialogo ecumenico, interreligioso, nel dialogo fra Movimenti e con persone di altre convinzioni.


Chi condivide oggi la tensione a lavorare per un mondo unito, a costruire insieme con altri un segmento di unità nel quotidiano, sa infatti che negli ultimi anni, nell’ambito del Movimento sono andate sviluppandosi, con una accelerazione impensata, le potenzialità sociali di questo messaggio.


Tutti conoscete, ad esempio, la realtà dell’economia di comunione, che alimentata dal lavoro di più di 700 grandi o piccole aziende nel mondo va suscitando l’interesse anche di economisti e studiosi che vi ritrovano concretizzata la matrice di una nuova cultura del dare. Tanti conoscono il nascente Movimento dell’unità in politica, che lega e sostiene l’impegno politico di tanti dentro e vicino al Movimento dei Focolari, e che terrà qui, proprio fra una settimana il suo primo congresso internazionale con rappresentanti politici di tutto il mondo espressioni di diversi raggruppamenti partitici. Così è avvenuto per il mondo dell’arte che ha visto un anno fa in questa sala radunati più di 1500 artisti, delle più diverse espressioni. Così sta avvenendo per la psicologia ecc.


Ed oggi la comunicazione. Mi vengono in mente le parole pronunciate da Chiara all’Università Cattolica di Bangkok, in Tailandia, quando due anni fa le è stata conferita la laurea in Comunicazioni Sociali: sono parole, le sue, che ci possono aiutare ad avere una chiave di lettura del programma di questi giorni: "esperienze, - diceva Chiara - magari circoscritte … ma un seme...per operare nei media per quello che sono: strumenti per realizzare un mondo più unito".
Il nostro appuntamento è quindi inserito in una realtà ben più ampia di quella che ci troveremo a vivere in questi due giorni: quella di un popolo, un piccolo popolo, che da un confine all’altro della terra lavora per l’unità, per dare il suo contributo ad una civiltà dell’amore. Così è stato solo poche settimane fa in Africa, nell’incontro del popolo Bangwa di Fontem, nella foresta del Camerun: colori, suoni, danze hanno consacrato l’adesione a lavorare per un mondo unito di una intera tribù.


La costruzione del "villaggio globale" dell’unità va avanti e così andrà avanti anche in qu del Congo, Kinshasa, studioso della comunicazione sociale.esti giorni.... Buon congresso!

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