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prima sessione:

"Comunicazione e unità - le persone"

Relazione e condizionamenti
1s-leopLeo Pauwels
É stato caporedattore ed editore di "Visi", un importante periodico belga, vicepresidente di un'emittente nazionale belga, presidente di un network di 45 centri di formazione sociale presente in tutti i paesi europei.

Sentiamo spesso parlare della necessità di curare la qualità dei programmi televisivi. Lei come definirebbe un programma televisivo di qualità?


E’ una domanda molto difficile. Rispondo tante volte con uno slogan: si dice che un buon programma è un programma con un audience molto alta. Da noi c’è l’abitudine di parlare dei top 10 dei programmi più seguiti e questo vorrebbe dire che sono i programmi più di qualità. Ma non è vero. Così io ho sempre cercato criteri con grandi prospettive per valutare un programma. In tante università, nel nostro paese, ho suggerito di fare delle ricerche in questo campo, ma c’è poco ancora. Ho letto tante cose su questo argomento e sono arrivato alla conclusione che ci sono 4 criteri che possono dire che un programma è buono. Vi darò solo qualche norma generale, soprattutto etica e culturale. Per esempio non enfatizzare quello che è stravagante, ma cercare quello che sviluppa la qualità della vita e del pensare. Si deve sottolineare la molteplicità dei problemi e sviluppare anche il processo sociale. Evitare la volgarità; un programma di qualità fa vedere il rispetto per gli aspetti ideologici, spirituali e religiosi dei cittadini, soprattutto quando si parla delle minoranze. Questo è un primo criterio di norme generali che dicono che un programma è di qualità.


Un secondo criterio è la forma del programma. Quali sono gli elementi importanti? L’originalità, quello che è nuovo; la creatività, la novità del linguaggio, accessibile per tutti. Il terzo è la professionalità delle tecniche del programma, come la composizione, vedere come si possono dosare i movimenti di camera e di illuminazione. Il quarto criterio è quello che dicono gli spettatori, sono i numeri, la qualità dei dati dei telespettatori che hanno anche un ruolo, ma non sono gli unici che possono valutare la qualità di un programma.

 

Ritiene che sia opportuno creare dei mezzi di comunicazione esplicitamente cristiani?


Come cristiani dobbiamo avere la nostra TV o radio cattolica o cristiana, il nostro giornale? La mia risposta è sì e no. Una televisione… può essere una fonte per chi è in ricerca, per persone in solitudine, per chi non ha famiglia e la sera non esce di casa. Potrebbe essere utile fare un giornale cattolico di opinione per il terzo millennio così che credenti e non credenti possono conoscere il nostro pensiero cristiano. Questo dovrebbe essere possibile, ma tale iniziativa deve poter essere incastonata in un clima di aperto pluralismo. Per cui io non vorrei insistere tanto su una televisione, o radio, o giornale o altro tipicamente cattolico.


Per me, il messaggio di cristo è una storia aperta, una domanda aperta che ci invita a vivere in mezzo ad una società pluralista. Chi siamo noi lo scopriamo solo attraverso la comunicazione con gli altri. Cosa vuol dire questo? Come cristiani dobbiamo avere rispetto per le altre concezioni, altre tradizioni e interpretazioni. Dobbiamo dimostrare di essere aperti verso la storia dell’altro, senza giudicarlo subito. Il significato e la verità possiamo anche cercarlo attraverso vie diverse dalle nostre. E devo dire che le idee che Chiara Lubich ci ha dato questa mattina di questa interpretazione più larga, ispirano molto. Questo non vuol dire nascondere il nostro messaggio cristiano all’interno di una cultura che non sostiene più la fede in Dio. Non dobbiamo essere ciechi per il fatto che tanti, con pregiudizi negativi, vogliono eliminare dalla loro vita la dimensione religiosa.


C’è ancora poca apertura per il fatto religioso, ma nonostante tutto posso testimoniare che io, come cristiano, mi sento, in questo ambiente pluralistico, al mio posto a dare il mio contributo dalla mia visione cristiana.

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