Si moltiplicano in internet le espressioni di incitamento all’odio razziale nei confronti di rifugiati e migranti, soprattutto nelle community di persone che commentano gli articoli dei giornali online e interagiscono con i profili social dei maggiori quotidiani. Un fenomeno che richiede alle testate una gestione attiva di queste conversazioni, attraverso attività di prevenzione, monitoraggio e intervento diretto nei dibattiti, con figure professionali ad hoc o formate allo scopo.

 

È quanto emerge dalla prima ricerca italiana sull’ hate speech on line: “L’odio non è un’opinione. Hate speech, giornalismo e migrazioni”, curata da COSPE nell’ambito del progetto europeo contro il razzismo e la discriminazione sul web, “BRIKCS” – Building Respect on the Internet by Combating hate Speech”, insieme con l’Università degli Studi di Firenze e con “Libertà di Stampa Diritto all’Informazione”, e presentata a marzo.

 

Negli ultimi mesi – è il dato di partenza – la “crisi umanitaria che ha investito i paesi europei e balcanici domina le cronache nazionali” ed in questo contesto “spesso i giornali non restituiscono un’immagine corretta di quello che sta accadendo e più in generale del fenomeno migratorio a livello globale e nazionale”. Accade così che i forum dei giornali online, i commenti a margine degli articoli, le pagine Facebook e Twitter delle testate nazionali e locali diventino i luoghi virtuali in cui dilagano i discorsi d’odio verso i rifugiati e i cittadini stranieri.

 

Dati che descrivano esattamente le dimensioni attuali del fenomeno non sono disponibili, ma le rilevazioni degli anni recenti effettuate dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e da OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori) parlano di un trend in crescita, anche grazie all’assenza in Italia di una normativa specifica sull’hate speech, non ancora riconosciuto come reato.

 

OBIETTIVI

 

A fronte di ciò l’indagine di COSPE ha inteso approfondire il fenomeno tramite il monitoraggio di alcune testate online e dei rispettivi profili social, l’analisi di casi significativi, e interviste a direttori, redattori ed esperti. La ricerca è stata sviluppata in due fasi: la prima tesa a rilevare le motivazioni di chi usa parole d’odio e il collegamento tra il testo giornalistico e i commenti dei lettori; la seconda pensata per far emergere le buone pratiche di prevenzione e gestione dell’hate speech presso le principali testate italiane, direttamente contattate.

 

PRIMA FASE : MOTIVAZIONI

 

Da gennaio a marzo 2015 sono stati visitati i siti del Corriere della Sera, Il Post, Il Fatto Quotidiano, Fan Page e Il Tirreno. Sul Corsera, ad esempio, un articolo che riferisce di una proposta dell’Assessore per le politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese per l’integrazione delle comunità rom - che si intende coinvolgere nella raccolta dei rifiuti - genera commenti sarcastici da parte di lettori ed esponenti dell’opposizione, e ribadisce “l’associazione viziosa tra rom e rifiuti, tra attitudine dei rom a rovistare nei cassonetti e competenza professionale nella raccolta differenziata” rafforzando stereotipi esistenti. In alcuni casi cambia il destinatario delle critiche: “non più la politica o la decisione prospettata, ma la comunità rom”.

 

Su Il Post un articolo riporta le dichiarazioni dell’ex ct della nazionale di calcio Arrigo Sacchi sulla “presenza, secondo lui eccessiva, di giocatori stranieri in squadre italiane”: le sue parole e “i significati impliciti del suo discorso spostano l’attenzione verso il tema del razzismo”. Nei commenti che seguono, sebbene non ci siano offese esplicite e frasi di incitamento all’odio, il razzismo e il riferimento a stereotipi e luoghi comuni sulle persone straniere sono evidenti.

 

Il Fatto Quotidiano racconta del fenomeno dell’emigrazione dall’Italia da parte di un numero crescente di migranti che tornano nei Paese d’origine. Nel rispetto della Carta di Roma, l’articolo cita il punto di vista di alcuni ex immigrati: si tratta di uomini e donne, artigiani, ricercatori, liberi professionisti, con titoli di studio ed esperienze professionali importanti, che hanno lasciato l’Italia. “Nonostante una trattazione corretta e rispettosa del tema, i commenti dei lettori sono caustici nei confronti del fenomeno e dei migranti”. Non manca l’accusa alla testata di ricercare consenso politico e la legittimazione di politiche sull’immigrazione, e si rintracciano commenti offensivi o che riflettono sentimenti di intolleranza verso gli immigrati con l’uso di un linguaggio stereotipato e denigrante.

 

In generale, nel monitoraggio delle community si osserva una rappresentazione sensazionalistica dei fatti piuttosto che una ricostruzione rispettosa degli eventi legati ai fenomeni migratori e del ruolo delle persone coinvolte. In molti casi non si nota nessuna moderazione o forma di intervento da parte delle redazioni, nonostante le offese diventino pesanti, mentre il discorso d’odio razzista trova come unico argine quello eretto spontaneamente dalla comunità dei lettori. Ladri, furbi, parassiti, sfruttatori sono alcuni dei termini impiegati per connotare gli immigrati. “La lettura dei commenti selezionati – riporta COSPE - è indicativa di una situazione di disagio, di convivenza difficile, di una presenza straniera temuta, perché percepita come ostile, minacciosa, aggressiva, che nei commenti diviene ora polemica, ora lamento, ora arroganza, ora istigazione all’odio”.

 

L’analisi di alcuni casi ha permesso di individuare le retoriche più frequenti del discorso razzista, ovvero “non sono razzista, ma…”; “Se parlo è perché li conosco”; “Dico quello che gli altri pensano”; “Non vorrei essere razzista, ma Altri mi costringono ad esserlo”, ed anche i diversi “profili” di commentatori, che possono essere rassegnati (critici verso le istituzioni italiane), arrabbiati (verso ciò che i migranti rappresentano e verso le istituzioni) o aggressivi (con parole denigranti e offensive attaccano violentemente il migrante. È qui che il discorso d’odio razzista diviene più difficile da gestire).  

 

SECONDA FASE : BEST PRACTICE

 

L’obiettivo della seconda fase della ricerca, condotta da aprile a ottobre 2015, era invece quello di far emergere le best practice nella gestione dei casi di hate speech presso i maggiori quotidiani italiani. A tal fine sono stati intervistati direttori, capiredattori, blogger, community manager e social media strategist.

 

REGOLAMENTAZIONE E LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

 

Rispetto alla scelta fra regolamentazione e libertà d’espressione, si è osservato che a posizioni di maggiore apertura si alternano atteggiamenti restrittivi con il ricorso a strumenti di prevenzione e gestione delle conversazioni violente e offensive. Tra gli strumenti di regolamentazione gli intervistati hanno citato il regolamento pubblico, o policy, che stabilisce criteri di interazione tra redazione e lettori, un “galateo” di regole condivise; la moderazione attiva del dibattito, che esplicita l’esistenza di un controllo da parte della testata e spinge il lettore ad esprimersi in modo corretto e rispettoso; la pre-moderazione, che vaglia i commenti prima della pubblicazione; lo spostamento del dibattito sui profili social del giornale, meno problematici sotto il profilo della responsabilità legale; la classificazione dei commentatori per farne un database e prevenire situazioni “incandescenti”; l’individuazione di parole proibite per inviare in automatico risposte predefinite; la censura, limitata a casi di estrema gravità o che compromettono la reputazione della testata.

 

GIORNALISTI E SOCIAL MEDIA MANAGER

 

Riguardo le figure a cui affidare la moderazione degli articoli, alcune testate prediligono una gestione interna, altre affidano il compito a professionisti specializzati. Le scelta dipende anche dal fattore economico: solo poche realtà possono permettersi uno staff dedicato. La gestione dei dibattiti può dunque essere affidata a giornalisti redazionali, gli stessi che scrivono gli articoli, sanno gestire i social media e possono adottare lo stesso “tono di voce” della testata; ad un “social media staff”, un gruppo misto composto da giornalisti e professionisti del web che hanno una competenza trasversale fra giornalismo e social e hanno un rapporto costante di scambio con la redazione: lo staff segnala i trend topic e la redazione sollecita i contenuti sui quali puntare; e ad un “social media team” composto da persone con competenze strettamente digitali.

 

INFORMARE O COINVOLGERE?

 

Coinvolgere la comunità dei lettori perché si attivi e partecipi è un obiettivo auspicabile, ma le modalità attraverso cui questo si realizza la dicono lunga sulla “filosofia” del giornale. Ci si chiede: alle testate fa comodo il “traffico” che generato anche dai commenti negativi o è un elemento di disturbo da evitare? Al di là delle dichiarazioni, le scelte delle testate aiutano a capire le reali posizioni, anche se gli esperti concordano sull’importanza di puntare sulla qualità dei commenti, piuttosto che sulla quantità: “Un grande numero di fan che però comporta tanti commenti negativi non è utile, anche in termini di marketing – dicono - Ciò che conta è la reputazione, perché comprano in edicola e si abbonano i lettori fedeli, non chi viene sulla pagina per denigrare gli articoli”. In altre parole la cura della community è fondamentale per mantenere alta la reputazione del giornale.

 

Guardando al tema specifico dell’immigrazione, tutte le testate confermano che si tratta di un tema caldo, che suscita reazioni istintive, emotive, “di pancia” del lettore. Talvolta si preferisce non rilanciare sui social alcune notizie per non scatenare dibattiti infuocati. Alcuni giornali chiedono alla community di “isolare questo tipo di opinioni, non rispondere” e di segnalarle con messaggi privati alla testata.

 

CONCLUSIONI

 

Gli elementi emersi evidenziano una scarsa attenzione da parte dei giornali alla gestione del fenomeno dell’hate speech sulle proprie piattaforme digitali: non si rileva un uso frequente di strumenti di moderazione da parte delle redazioni, nemmeno quando il linguaggio diventa pesantemente offensivo; la censura riguarda solo singoli commenti ma non gli altri collegati; non sono mai utilizzati strumenti di moderazione “attiva”, ossia di intervento esplicito di un amministratore che riporti la discussione su toni accettabili, né di moderazione “pro-attiva”, volti a stimolare il confronto sereno tra i lettori o a legittimare i commenti più costruttivi per il dibattito. “Si evince– osserva COSPE  - la difficoltà ancora molto evidente nelle redazioni nella comprensione effettiva del fenomeno digitale, e del mancato sforzo di provare a lavorare tutti insieme per costruire una nuova cultura digitale condivisa e compresa”. 

 

Emerge pertanto “la necessità di un ripensamento radicale del lavoro giornalistico nella nuova dimensione digitale, un lavoro che non si conclude più con la stampa/diffusione del pezzo, ma prosegue nel seguire il flusso delle conversazioni, cercando interazioni con gli utenti e raccogliendo spunti e tracce per nuovi articoli. Social media policy e moderazione attiva, preparata e partecipata e predisposizione alla produzione di contenuti terzi ricavati dal flusso delle conversazioni, in breve un’interazione a 360° con la community, emergono come priorità. Servono social media manager, community manager e content curators, ma serve soprattutto che in ogni azienda editoriale tali ruoli professionali siano previsti e realizzati studiando e comprendendo le nuove dinamiche editoriali che la rivoluzione digitale pretende”.

 

In altre parole non basta sbarcare nel mare di internet, serve saperlo navigare con responsabilità per informare e coinvolgere promuovendo un dibattito sereno, obiettivo, rispettoso.

 

Claudia Di Lorenzi

 

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