logo NetOne - media and a united world

NetOne

media and a united world

Tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016 l’insieme delle notizie potenzialmente ansiogene divulgate dalla tv – la cosiddetta “agenda dell’insicurezza” – vede prevalere il racconto di sfide e minacce su scala globale, rispetto alle cosiddette “insicurezze interne”. Si tratta di un dato che segna un cambio di passo rispetto agli anni precedenti e che trova evidenza nell’ultimo “Rapporto sulla percezione e la rappresentazione dell’insicurezza” pubblicato a marzo da Demos & Pi, Osservatorio di Pavia e Fondazione Unipolis e diretto da Ilvo Diamanti.

 

Secondo lo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia sui telegiornali italiani ed europei*, nel periodo monitorato il 54% dell’agenda dell’insicurezza dei media italiani è dedicato alle “insicurezze esterne”, ovvero al terrorismo jihadista, all’impatto dei fenomeni migratori, alla distruzione dell’ambiente e al timore degli effetti del cambiamento climatico. Nel recente passato, invece, a prevalere (86%) era la trattazione delle insicurezze legate alla criminalità, alla crisi economica, al peggioramento delle condizioni di vita e alla corruzione politica.

 

Circa le insicurezze esterne, la paura di attacchi terroristici occupa lo spazio maggiore nelle reti Rai (il 27%) ed è al secondo posto nel confronto fra le varie emittenti. La “distruzione dell’ambiente”  è al quarto posto dell’agenda dell’insicurezza con il 10% per tutti i Tg e al terzo con il 16% per le reti Rai. Il tema è declinato sugli effetti del cambiamento climatico: allagamenti, frane valanghe, siccità e smog e danni alla salute. Tra i temi dominanti del 2015 c’è poi il fenomeno migratorio che occupa, con 4004 notizie, circa il 10% dell’agenda, 7 volte in più rispetto al 2014 e 10 volte in più rispetto al 2012: una crescita significativa della visibilità alla quale tuttavia - commentano Paola Barretta e Antonio Nizzoli dell’Osservatorio di Pavia – “non ha corrisposto un aumento significativo della percezione di insicurezza nei confronti degli immigrati”, che sale di meno di due punti rispetto al 2014. Guardando al fenomeno migratorio, secondo l’istituto di ricerca, la narrazione offerta dai media mostra “criticità in servizi in cui i migranti e i profughi vengono rappresentati come “colonizzatori culturali” o come possibili terroristi o ancora come fonte del degrado delle città italiane (e veicoli di malattie), o come persone atte a delinquere”, ma nel complesso – si sottolinea – prevale lo sforzo di non enfatizzare le conseguenze negative del fenomeno. Piuttosto “l’attenzione, sempre più concentrata su profughi e rifugiati, si focalizza principalmente su tre aspetti: le differenti visioni nella gestione dell’accoglienza tra i paesi europei; gli episodi di cronaca nera che vedono coinvolti gli immigrati; le politiche per la gestione dei migranti nel territorio italiano”. L’Italia è presentata dai media come “una frontiera messa sotto pressione dai migranti”, dai confini “diventati insicuri e potenzialmente passaggio di ondate non gestite”.

Anche il dibattito politico riportato dai media si è soffermato sulle migrazioni, registrando contrapposizioni più marcate all’approssimarsi delle elezioni di giugno: “chi puntando sui rischi e le paure dell’invasione dall’esterno e chi invece ha sottolineato l’importanza dell’accoglienza”. In alcuni servizi si è dato spazio alle critiche dei cittadini, che nell’accoglienza hanno letto una sottrazione di risorse alle famiglie italiane bisognose a favore dei profughi.

In generale – spiegano gli esperti di Pavia – “i telegiornali, seppure con alcune differenze, hanno cercato di raccontare la complessità di un fenomeno che è entrato nel dibattito politico italiano ed europeo, che ha commosso (si pensi alla pubblicazione della foto del piccolo Aylan sulle coste della Turchia), che ha indignato (lo sgambetto di una giornalista per rallentare la corsa di profughi in fuga), che ha stimolato riflessioni sulle condizioni delle popolazioni in paesi travolti dalle guerre”.

Inoltre – continuano Barretta e Nizzoli - “nel corso dell’anno si è assistito poi a un progressivo spostamento dell’attenzione dall’Italia – da Lampedusa e dalle coste del sud Italia – alla Grecia, alla Serbia, alla Macedonia e alle nuove rotte per l’Europa”.

Di Europa si è parlato molto anche con riferimento alle istituzioni europee, con una frequenza maggiore rispetto agli anni precedenti: 3.597 notizie in un anno, il 30% in più rispetto al 2014. Tra i temi trattati prevale l’economia (33%) declinata fra il patto di stabilità, gli interventi della BCE, la crisi della Grecia, il salvataggio di alcune banche italiane e le regole imposte da Bruxelles. Seguono l’immigrazione e la politica estera, con la crisi in Ucraina, la guerra in Siria e il fronte libico. I tg riferiscono dei vertici UE, delle posizioni politiche euro-scettiche, del fallimento di una politica estera europea comune, delle divisioni tra i paesi circa l’accoglienza dei migranti: molto spesso si parla di “confini”, “frontiere”, di critiche all’Unione Europea, di mancanza di progetti comuni e di una voce unitaria, di figure istituzionali deboli o assenti rispetto ai rappresentanti dei singoli stati, che invece hanno voce e spazio nel criticare le scelte dell’UE o nel promuoverne il “dissolvimento”. Lungi dall’essere un baluardo, l’UE è “frammentata politicamente, economicamente e rischia di vedere ricomparire decine di frontiere poco in sintonia con il concetto di Unione”. Quello che manca quasi totalmente in questa rappresentazione è un qualunque “riferimento all’identità e ai valori fondativi dell’Europa”, che in vero sfuma pure nel dibattito pubblico e nei colloqui fra le istituzioni dei singoli paesi.

Tra le novità del racconto mediatico del 2015 c’è l’introduzione della variabile etnica in notizie di criminalità ordinaria, presente nel 12% dei servizi su furti, rapine, omicidi stradali, aggressioni. Un dato significativo se si considera che “la criminalità resta al primo posto dell’agenda dell’insicurezza con il 34% di spazio”, con punte del 42% sulle reti Mediaset, di cui “una quota significativa è declinata su reati commessi da immigrati e come minaccia che proviene dall’esterno”.

L’evoluzione recente del fenomeno migratorio, che dopo i Paesi di consueto arrivo (Grecia e Italia) sempre più ha interessato l’Europa dell’Est e la cosiddetta “rotta dei Balcani”, ha indotto i media internazionali ed europei a dedicare maggiore attenzione alla questione delle migrazioni forzate. Da argomento marginale, esso ha conquistato uno spazio sempre maggiore nelle scalette dei notiziari in funzione degli accadimenti locali e delle politiche dei governi nazionali, e seguendo il “sentiment” dei diversi popoli.

Il monitoraggio dell’Osservatorio di Pavia sui telegiornali europei rileva un allineamento dell’agenda delle insicurezze: come in Italia, si registra uno spostamento dalle insicurezze interne a quelle esterne. “I telegiornali raccontano di eventi e di potenziali minacce che, proprio in ragione della loro globalità, riguardano tutti i paesi europei”: ecco allora che il 54% delle notizie ansiogene “è declinato su terrorismo, immigrazione e distruzione dell’ambiente connessa al riscaldamento del pianeta. Il peggioramento delle condizioni di vita (prima voce dell’insicurezza nel 2012) non arriva al 2%”. Nel dettaglio, il tg tedesco colloca al primo posto delle notizie potenzialmente ansiogene l’immigrazione, con il 69% di visibilità, e quello delle migrazioni è il tema che ha avuto nel corso del 2015 la più ampia visibilità con il 22% di spazio; il tg francese pone al centro dell’agenda ansiogena il tema e le preoccupazioni connesse al terrorismo (84%), declinando anche altre questioni in chiave di reazione rispetto agli attentati che hanno colpito al cuore il Paese; anche nel tg inglese i temi legati al terrorismo, l’economia, la salute e l’ambiente vengono declinati come problematici e pericolosi.

In sintesi, la rappresentazione delle insicurezze globali offerta dai media italiani ed europei tende a proporre una lettura spesso stereotipata dei fenomeni, a concentrarsi su aspetti e implicazioni problematiche e a utilizzare un linguaggio che evoca il pericolo, la minaccia, l’insicurezza, il problema, la chiusura piuttosto che l’accoglienza, la solidarietà, l’apertura, l’integrazione, la condivisione, la risoluzione dei problemi. Anche l’Europa ne esce rappresentata come un’entità ideale connotata per lo più in chiave negativa: un’Europa dei divieti, dei diktat, dei sacrifici, dei confini e delle forzature, lontana dai valori costitutivi delle origini.

Se è vero che la narrazione mediatica influenza l’opinione pubblica e la percezione delle insicurezze e anche del ruolo dell’Europa, ci si chiede allora come coinvolgere i media nel promuovere una maggiore fiducia in questo tempo presente denso di sfide, e nel riscoprire il valore di quella casa comune che è l’Unione Europea.

Una risposta interessante – tra le diverse possibili - è offerta, anche qui, dal Rapporto diretto da Ilvo Diamanti e consiste nel puntare sui giovani, dar spazio alla loro visione del mondo, eleggerli a soggetto e oggetto di una narrazione rinnovata. Quei giovani che trovano ancora scarsa rappresentazione sui media europei come categoria specifica (l’Italia è il paese dove se ne parla di più, nel 9,3% dei servizi di tutti i tg) e che recentemente vengono associati per lo più ad atti di terrorismo e alle migrazioni: “ci sono i volti, i corpi e in alcuni casi le testimonianze di coloro che scappano dalla guerra e che cercano almeno un'occasione, una speranza”, e “ci sono i giovani potenziali terroristi e le vittime del terrorismo; i giovani migranti che sbarcano sulle coste. E ci sono i giovani che commettono reati, sul versante interno, e quelli che, senza prospettive sul futuro, partono per l’estero”. Gli attentati di Parigi del novembre del 2015 vedono i giovani “protagonisti della tragedia, sia come vittime sia come autori del terrore. E in tutti i telegiornali europei, in modo più o meno marcato si fa riferimento alle seconde generazioni di immigrati; si cerca di capire sotto quali aspetti le società e gli stati hanno fallito l’integrazione”.

Ma ci sono anche i giovani della “generazione Bataclan” che esce tematizzata in modo chiaro nei tg francesi (presente nel 5,6% dei servizi)”: sono i giovani-adulti tra i 25 e i 34 anni, a cavallo fra studio e lavoro, tra famiglia e autonomia, quelli che viaggiano e colgono le opportunità di lavoro. E c’è poi la Millennial Generation, quella dei nativi digitali che oggi hanno tra i 15 ei 24 anni, i figli della società globale e liquida, quelli più propensi a lasciare la propria terra per scelta e non solo per necessità e opportunità professionali, quelli che si adattano in fretta, i cosiddetti “migranti 2.0”: si sentono cittadini del mondo, allargano i loro confini e guardano con favore all’Europa.

Sono questi giovanissimi e giovani-adulti le risorse su cui puntare per raccontare questi tempi con maggiore fiducia. Il Rapporto lo spiega chiaramente: il 52% dei Millennial prova moltissima o molta fiducia nell’Unione Europea, circa 20 punti in più rispetto alla media degli italiani; il 32% - il doppio della media - pensa che l’euro abbia prodotto e produrrà solo vantaggi, e che sia uno strumento utile per chi viaggia e vive in Europa e nel mondo. I migranti 2.0 non vedono con timore gli immigrati: il 71% (20 punti sopra la media) afferma che gli stranieri, in fuga da guerra o miseria, non sono un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza, e lo stesso orientamento si osserva tra i giovani-adulti, anche se in maniera più contenuta (61%). In misura molto minore, rispetto al resto della popolazione, li percepiscono come una minaccia per la nostra cultura, identità e religione (17% contro il 33% della media). Tra i giovanissimi si rileva, inoltre, ampia apertura rispetto alla concessione di diritti sociali e politici a favore degli immigrati, purché siano regolari e paghino le tasse. Nel confronto con la popolazione adulta, i giovani (15-34 anni) manifestano maggiore fiducia verso gli stranieri in generale: nel caso delle persone provenienti dai paesi arabi l’indice di fiducia generale del 32% si alza al 50% tra i giovani-adulti e al 57% tra i giovanissimi. Inoltre, la metà dei giovani (15 punti in più della media) ha un atteggiamento positivo verso l’Islam. Una maggiore apertura che si spiega anche col fatto che nelle fasce d’età più basse sono più frequenti i rapporti con i “nuovi italiani”, ovvero con i giovani delle seconde generazioni di immigrati. Si comprende facilmente pertanto come fra i giovani sia maggiore la disponibilità e il “desiderio di entrare in un mondo “altro”, di accogliere e integrare, di conoscere e farsi conoscere. I giovani sono naturalmente proiettati verso una società sempre più interculturale”. Infine, giovanissimi e giovani-adulti hanno coltivato un buon rapporto con l’ambiente e hanno confidenza con l’idea di sviluppo sostenibile.

In altre parole, quanto emerso dal Rapporto presenta i giovani come un freno contro l’insicurezza, un limite alle paure, il “migliore investimento per una società che non intenda rassegnarsi al declino”. È auspicabile dunque che siano fatti sempre più spesso soggetto e oggetto della narrazione mediatica del nostro tempo.

Claudia Di Lorenzi

 

(*)La serie storica dei telegiornali italiani comprende gli anni dal 2005 al gennaio 2016, quella dei telegiornali europei dal 2010 al 15 gennaio 2016, in concomitanza con la somministrazione dei sondaggi. Per la parte italiana sono state considerate le edizioni del prime time di 7 reti, 3 pubbliche (Rai 1, Rai 2 e Rai 3), 3 private del gruppo Mediaset (Canale 5, Italia 1 e Rete 4), e 1a privata della rete La 7. Per la parte relativa al confronto europeo, sono state analizzate le edizioni del prime time dei telegiornali di maggior ascolto del servizio pubblico di Italia (Rai 1), Francia (France 2), Spagna (Tve), Germania (Ard) e Gran Bretagna (Bbc One) per l’intero 2014.

Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire l’esplorazione sicura ed efficiente del sito. Chiudendo questo banner, o continuando la navigazione, accetti le nostre modalità per l’uso dei cookie. Nella pagina dell’informativa estesa sono indicate le modalità per negare l’installazione di qualunque cookie.